4.10.09

Gabriele Scaramuzza: l'intervento al Congresso provinciale del 3 ottobre

RELAZIONE SEGRETARIO PROVINCIALE CONVENZIONE PROVINCIALE 3 OTTOBRE 2009
Convenzione Provinciale del PD di Venezia


Mestre, Auditorium della Provincia, 3 ottobre 2009
Relazione del Segretario Provinciale


Prima dell’inizio di questa nostra Convenzione, sono sicuro di interpretare il pensiero di noi tutti formulando un caro cenno di vicinanza per coloro che sono stati colpiti dalla tragedia di Messina e della frazione di Giampilleri. Siamo con le famiglie di quelli che sono mancati, insieme ai tanti sfollati dalle proprie case, siamo accanto alla Sicilia ferita e colpita, questa volta, non dalla natura, bensì dalla improvvida mala attenzione dell’uomo che non dà cura del proprio territorio, e che, come si legge oggi, disperde la memoria collettiva, quella capacità (in altri paesi diffusa e radicata) di ricordare i disastri, metabolizzarli, trasformarli in materia sociale e politica da nazione civile.


Quella cura che dovremmo avere nei confronti appunto dei nostri territori e del loro equilibrio (appunto, quella materia sociale e politica) è anche immagine e metafora amara della cura che si dovrebbe avere nei confronti del nostro paese, a partire dal garantire gli spazi delle libertà civili e sociali elementari, su cui si fonda ogni democrazia liberale e moderna. Tra queste libertà spicca quella di stampa e di informazione, cioè il diritto fondamentale di cercare, ricevere e diffondere con qualsiasi mezzo di espressione, senza considerazioni di frontiere, le informazioni e le idee, come recita la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo del 1948. Questi principi e queste tutele sono stati incardinati dai costituenti nell’art. 21 della nostra Repubblica. Ledere quei principi e quelle tutele significa ledere il tessuto intimo dell’Ordinamento Democratico e Repubblicano, significa indebolire i legami costitutivi delle nostre società, significa alterare la natura intima del rapporto tra il governante e il cittadini, che consiste nella capacità del secondo di chiedere sempre contezza al primo del suo operato. Per questo aderiamo con forza e sosteniamo la manifestazione che in queste ore si sta svolgendo a Roma, promossa dalla FNSI, e ringraziamo quanti dei nostri iscritti, militanti e simpatizzanti stanno partecipando al presidio civile che abbiamo organizzato a Venezia, insieme alle forze politiche del centrosinistra e alle realtà associative della città, tra cui l’ANPI, le ACLI, l’ARCI, la CGIL, l’associazione Libertà e Giustizia.


Perché non solo di noi si è discusso in queste settimane nei nostri circoli, ma soprattutto del nostro paese, dell’idea di Italia che abbiamo nella mente e nel cuore e che vogliamo offrire e proporre a tutti i nostri concittadini.


Da poco più di due giorni si sono concluse le assise dei circoli territoriali e del lavoro in tutto il nostro paese e nella nostra provincia. Il dato nazionale di affluenza, pari a circa il 58%, cioè a più di 400.000 iscritti che hanno partecipato ai lavori congressuali testimonia di una partecipazione davvero massiccia, che non ha eguali in nessun altro paese occidentale e d’Europa. Troppe volte infatti siamo soliti farci sorprendere da tante descrizioni caricaturali che vengono date da noi stessi, cui dovremmo rispondere con una semplice costatazione: il PD è l’unica forza del campo progressista in occidente che può mobilitare una massa di iscritti così grande nel decidere delle candidature del proprio segretario, in uno straordinario esercizio di democrazia (cfr. la vicenda del PS francese, che per scegliere il candidato alle scorse elezioni presidenziali non mobilità più di 150.000 iscritti).


Se questo rilievo è vero per l’Italia nel suo insieme, tanto più questo è confermato per quanto riguarda il Veneto e la provincia di Venezia in specie. Nella nostra Regione hanno discusso e votato 17.297 iscritti, pari al 65,15%, mentre nella Provincia di Venezia sono stati 4.486 i partecipanti, pari a oltre il 68% degli iscritti. Una partecipazione semplicemente senza aggettivi, che dà conto del desiderio della nostra gente di essere parte attiva e diligente della nostra riflessione su noi e sull’Italia. Credo sia giusto ringraziare in questa sede tutti i nostri 77 coordinatori di circolo, che hanno costruito con pazienza il cammino di avvicinamento ai propri congressi costruendo sovente incontri preparatori di dibattito e discussione. Un ringraziamento alla Commissione provinciale per il Congresso, che ha assicurato l’esecuzione sempre corretta e ineccepibile di tutti gli appuntamenti, a quanti hanno prestato la loro opera di garanti degli appuntamenti locali, a tutti coloro che hanno presentato le mozioni congressuali in un confronto sempre alto, mai ridotto a banale contrapposizione.


E’, quello del congresso, il tempo in cui tutti noi siamo chiamati a distinguerci, ma non a dividerci. Distinguerci, perché ciascuno di noi, con onestà intellettuale e sincero giudizio, ha scelto a quale delle tre mozioni aderire. A non dividerci, perché oltre le differenze delle tre proposte esiste un unico perimetro, un unico confine che tutti ci tiene, nel cui interno tutti ci riconosciamo: quello del Partito Democratico, del suo desiderio di essere, oggi, alternativa credibile e forte che si prepara a divenire maggioranza culturale ancor prima che politica in Italia.


E nelle prossime settimane noi tutti saremo chiamati ad allargare questo perimetro, ad ampliare questo confine, rivolgendoci al popolo delle primarie, e chiedendo loro di esprimersi, come già hanno fatto i nostri iscritti sulle proposte di Pierluigi Bersani, Dario Franceschini, Ignazio Marino. Permettetemi di fronte a tutti voi di esprimere perplessità e scetticismo nei confronti di molto semplicismo e approssimazione con cui si è dipinta, a prescindere dalle parti, la nostra discussione, della potestà che competerebbe agli iscritti piuttosto che agli elettori delle Primarie. A entrambi tocca la scelta del segretario, ma soprattutto la possibilità di contribuire, arricchire, accrescere la pianta del nostro progetto per l’Italia, di rendere i suoi rami ben vigorosi e forti.


Perché è questo che chiede il nostro paese al PD: una leadership salda ed autorevole, mai solitaria ma sempre esercitata in solido con gli organismi dirigenti e con i livelli territoriali del Partito, in grado di incarnare questo progetto, questo pensiero. Trascorso il primo decennio del nuovo millennio, l’Italia è una democrazia indebolita, un’economia infiacchita, un tessuto sociale logorato.


Questa democrazia, questa economia, questo tessuto sociale chiedono di essere rimesse in movimento, e tutto ciò è possibile, solo che si restituiscano all’Italia vigore, entusiasmo, forza. E tutto ciò è possibile se noi cominciamo a mettere il paese di fronte alla realtà di queste settimane, che è una realtà anche ben dura, che ci parla ad esempio di tante lavoratrici e lavoratori che conosceranno adesso il volto vero della crisi, allo scadere degli ammortizzatori sociali di molte aziende. Ma è proprio quando è posto di fronte alla durezza della realtà che questo paese si rialza e ridesta: lo dimostrò nel secondo dopoguerra con la ricostruzione materiale delle nostre città e ideale della Costituzione, lo dimostrò negli anni neri del terrorismo e della tensione, lo dimostrò nella grande sfida dell’ingresso nella comune casa d’Europa e nell’adozione dell’Euro.


E sempre in questi momenti lo dimostrò con il contributo fondamentale delle forze politiche e sociali democratiche e progressiste, quelle forze che hanno dato vita al progetto del Partito Democratico. Ora tocca a noi, a questa generazione dimostrare di essere all’altezza di questo compito difficile. Tocca a noi tutti, in breve, dimostrare di essere all’altezza dell’Italia migliore, che vuole e pretende da noi serietà e coerenza.


La pretende a partire dai comportamenti di noi tutti, che rappresentiamo il Partito Democratico nelle nostre realtà, nelle nostre città, nelle diverse responsabilità cui siamo chiamati. La pretende con un’azione di opposizione al Governo di centrodestra rigorosa e determinata, ma sempre accompagnata da proposte serie e credibili per il nostro paese (e su questo, permettete, l’approvazione dello scudo fiscale da parte della Camera dei Deputati ieri è esattamente l’esempio di ciò che non dovrà più accadere, se davvero vorremo essere credibili agli occhi del paese).


La pretende chiedendoci di riaffermare il primato del lavoro e dei lavori nella società italiana, e di declinare questo primato tenendo conto della loro molteplicità e del fatto che tutti concorrono alla comune ricchezza sociale del paese, dal lavoratore dipendente al piccolo e medio imprenditore, dalla Partita Iva al precario cui non è consentito, oggi di costruire un progetto per sé e per la propria famiglia.


La pretende chiedendoci di dire con forza che si esce dalla crisi temperando le logiche di mercato con l’azione regolatrice delle pubbliche Autorità, e maturando la nuova consapevolezza che non si dà sviluppo economico sostenibile senza giustizia, coscienza del bene comune, ridistribuzione dei beni e della ricchezza tra le nazioni e all’interno di esse.


La pretende con una domanda forte nei nostro confronti: quella di unità, perché solo con essa metteremo il nostro Partito nelle condizioni di vincere il confronto con la destra di Governo, nella cultura profonda prima ancora che nella sfida elettorale. Perché noi invertiremo la rotta su cui il PdL e la Lega hanno costretto il nostro paese solo tornando là dove le relazioni sociali si formano e costruiscono, solo dando nuova forma e narrazione alle nostre comunità e alla nostra nazione, dicendo con forza che sicurezza è certezza della pena e dell’azione di repressione del crimine e non discriminazione tout court nei confronti dell’immigrato, dicendo che si dà futuro per un paese e per un’economia solo se si dà un presente per la sua scuola e per la sua formazione.


Questa forma e questa narrazione dovremo costruire da subito, declinandola immediatamente in politiche e proposte concrete, perché a questo sono chiamati i Partiti Politici dalla nostra Costituzione, da quella Carta fondamentale della Repubblica che, ad onta di quel che dice e pensa la destra, ha da dire e proporre al nostro paese molto più di quanto (ed è già tanta cosa) ha detto e proposto in passato.


Proprio perché questa è l’idea di Partito che abbiamo in mente e cui tutti noi teniamo dobbiamo anche dire che il 25 ottobre a notte (o il 26 a mattina) il Partito Democratico avrà scelto il suo segretario e la sua tavola ideale e di contenuti, e che quello sarà il segretario di tutti noi, cui tutti noi assicureremo lealtà e collaborazione, perché esso si farà carico del compito epocale che tocca al PD e al centrosinistra in Italia: ritrovare consonanza tra il paese reale e i principi, le regole, gli orizzonti di legalità, sviluppo, giustizia sociale incarnati nella Costituzione.


E se questo sforzo esigerà unità soprattutto a livello degli organismi dirigenti nazionali del PD, la stessa diligenza e dimostrazione di unità dovremo dare noi, nella nostra provincia, perché grandi sono le sfide che ci attendono tra pochi mesi:

1. confermare il Governo della città di Venezia forti di un progetto per essa che valga per la prossima generazione, che ci faccia immaginare quale sarà la città nei prossimi due decenni e ne guidi lo sviluppo e la crescita;

2. costruire, insieme al Partito Veneto e alle altre Federazioni provinciali una proposta per il Veneto che ci metta in sintonia con le mille realtà del lavoro, dell’impresa, della solidarietà che in esso vivono ed operano, cui non siamo stati in passato in grado di offrire una proposta ritenuta credibile:


Su questo sforzo saremo tutti impegnati e tutti coinvolti, e tutti sapremo dimostrare, ne sono convinto, compattezza ed unità, perché ci dovremo misurare con le domande vere e reali che le comunità veneziana e veneta ci pongono, anche per misurare la credibilità della nostra risposta.

Troppe volte in questo paese negli ultimi anni ci siamo lasciati rapire (anche noi) da una malintesa retorica delle radici, dimenticando che l’identità di un Partito è soprattutto la sua capacità di costruire un progetto di futuro coerente e credibile: e così dobbiamo intendere questo tempo congressuale, come di un tempo per chiarire a noi e all’Italia la nostra destinazione. Scrive il poeta della Martinica Edouard Glissant che le radici non hanno da sprofondarsi nel buio atavico delle origini, alla ricerca di una pretesa purezza; si allargano in superficie, come rami di una pianta, ad incontrare altre radici e a stringerle come mani.

Così dobbiamo intendere il nostro congresso e le primarie del 25 ottobre: allargare e incontrare i tanti che vogliono essere nel Partito Democratico solo che esso dia una dimostrazione chiara e risoluta di sé, e cingere in questo abbraccio progressivo tutta l’Italia.


Gabriele Scaramuzza

Segretario Provinciale PD Venezia



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2.10.09

Esiti del congresso PD nel Veneziano: prevale la mozione Bersani

la Nuova di Venezia — 2 ottobre 2009
Prevale Bersani per 344 voti
Con il 48,68% dei consensi (2.184 voti), prevale la mozione Bersani al termine delle 77 assemblee dei circoli in vista del congresso nazionale del Partito Democratico veneziano. Distaccata di 7 punti la mozione di Dario Franceschini, con il 41.02% (1840). Su 6.549 iscritti, nei 77 congressi di circolo, hanno votato in 4.535 con una adesione del 69% e 4.486 voti validi.
«E’ tra le più alte d’Italia», spiega Rodolfo Viola, responsabile organizzativo del Pd. A Bersani sono andati 2.184 voti, 1.840 a Franceschini; Marino ne ha raccolti 462.
Nel Comune di Venezia, la mozione Bersani arriva al 59% contro il 29,38% di Franceschini e l’11,80 di Marino. In centro storico la mozione dell’ex ministro ottiene il 57,81% e a Mestre tocca il 65,64%. Per Franceschini, il risultato non cambia: 24,54% in centro storico e 24,34% in terraferma. Mentre la Marino in centro storico, grazie a Felice Casson, arriva addirittura al 17,66 per cento e vince nel circolo di San Marco.
Nel resto della Provincia la situazione è più diversificata: a sostegno di Franceschini si schiera l’area sud, con Chioggia in testa. Il Veneto Orientale si divide: a Portogruaro e Jesolo vince la mozione Bersani, a San Donà la Franceschini.
Divisa la Riviera del Brenta: Oriago e Dogaletto (qui con una percentuale «bulgara») si schierano con l’attuale segretario. Dolo invece sceglie l’ex ministro del governo Prodi, assieme a Mira Taglio, Borbiago, Piazza Vecchia.
Si dividono anche i circoli del lavoro: con Bersani il circolo trasporti e mobilità e la Fincantieri; con Franceschini il gruppo Veritas. Pareggio nel voto dei ferrovieri.
Ieri comunque nel Pd veneziano, nessun accenno alla sconfitta tra le mozioni minoritarie. I giochi veri saranno le primarie del 25 ottobre. «Il progetto politico proposto da Pierluigi Bersani è stato compreso e sostenuto con forza dagli iscritti. La grande partecipazione è il sintomo di un partito che vuole essere forza riformista del nostro paese, con un ruolo di governo che partendo dalle autonomie locali passi per la Regione e arrivi al governo del paese - dice Davide Zoggia, coordinatore provinciale della mozione Bersani - ora lavoriamo per una grande partecipazione alle primarie per una conferma della linea politica espressa da Bersani. Il nostro è un partito di iscritti e elettori». Quella della mozione Bersani «è stata una affermazione contenuta con una distanza molto ridotta e questo dimostra che la proposta di Dario Franceschini ha avuto riscontro e il partito è contendibile e si può avere un confronto politico che entra nel merito della proposta politica», avverte il parlamentare Andrea Martella della mozione Franceschini. «Sulle primarie abbiamo grandi prospettive, sarà una grande mobilitazione di iscritti ed elettori che possono sostenere la costruzione del partito». Infine la mozione Marino. «Superiamo in città il 10 per cento e in Regione arriviamo al 12 per cento. E’ un risultato soddisfacente», dice Felice Casson. E Marta Meo aggiunge: «A San Marco abbiamo vinto, ottime le percentuali a Dorsoduro e Mestre Centro. Abbiamo appeal nei centri urbani e questo ci mette in pista in vista delle primarie».
Soddisfatto il segretario provinciale Gabriele Scaramuzza: «Questa stagione rafforzerà il partito. Adesso lavoriamo per una partecipazione di massa alle primarie. Andremo anche a redigere con gli iscritti la tavole comune di contenuti e programmi».
- Mitia Chiarin
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Il Gazzettino Venerdì 2 Ottobre 2009
Gli ultimi due congressi si sono svolti mercoledì sera a Fiesso d’Artico e a Pianiga: nel primo ha vinto Bersani (29 voti contro i 5 di Franceschini e i 7 di Marino), nel secondo Franceschini (7 voti contro i 6 di Bersani e i 5 di Marino). Sommati questi risultati a quelli ottenuti nei circoli di Veritas (dove Franceschini ha stravinto), Fincantieri (en plein per Bersani), Marghera (vincente Bersani per 65-18-6) e Caorle (plebiscito per Franceschini), ieri sera finalmente si è tirata una linea e si son fatte le somme.
I dati definitivi del congresso del Partito democratico nella provincia di Venezia sono i seguenti: su 6.549 iscritti si sono recati alle urne in 4.535, pari al 69%. Vince Pier Luigi Bersani con 2.184 voti (48,68%). Secondo Dario Franceschini con 1840 voti (41,02%). Terzo Ignazio Marino con 462 voti (10,30%).
I bersaniani cantano vittoria: «Il progetto politico del Pd proposto da Pierluigi Bersani - dice il coordinatore della mozione Davide Zoggia - è stato compreso e sostenuto con forza dagli iscritti al nostro partito. La grande partecipazione è il sintomo di un partito che vuole essere forza riformista nel nostro paese con un ruolo di governo che partendo dalle autonomie locali, passi per la Regione e raggiunga il Governo nazionale». I franceschiniani sostengono che, pur arrivati secondi, in provincia di Venezia la situazione è di sostanziale parità: la mozione Franceschini avrà cinque delegati tanto quanto i cinque della mozione Bersani (uno solo per Marino).
E qui bisogna spiegare che il congresso che ha tenuto impegnato il Pd per un mese di fatto finisce in un cassetto perché adesso comincia tutta un’altra storia. Questa: nei 77 congressi finora svolti sono stati eletti 330 delegati. Questi 330 si riuniranno domani per eleggerne 11 (con rapporto di forze tra le mozioni 5-5-1) , i quali 11 andranno a Roma dove, assieme agli altri eletti in tutta Italia, certificheranno che i tre candidati - Bersani, Franceschini, Marino - hanno superato la soglia del 5% dei voti e quindi sono tutti e tre candidabili alle primarie. Fatto questo passaggio, si azzera tutto. I 330 delegati e gli 11 che saranno eletti domani "muoiono". Così come non contano più i risultati ottenuti nei congressi dei circoli.
Si riparte da zero e l’appuntamento è per il 25 ottobre, il giorno delle primarie: voteranno gli iscritti e voteranno anche i non iscritti al Pd. In quel giorno si darà una preferenza al candidato segretario nazionale, al candidato segretario veneto e si eleggeranno altri delegati (14 per la provincia di Venezia). Il ruolo di questi nuovi delegati è così spiegato: se nessuno, né Bersani né Franceschini né Marino (ma vale anche per Filippin, Causin e Casson), prende alle primarie il 50% più uno dei voti, la palla torna a Roma: saranno i delegati eletti il 25 ottobre a trovarsi in una successiva riunione e a decidere tra i due più votati chi fare segretario. Un congresso che è l’emblema della semplicità, non c’è che dire...
Al.Va.

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28.7.09

Tra Causin, Stradiotto, Meo spunta l'ipotesi della candidata unitaria Puppato

LA NUOVA VENEZIA MARTEDÌ, 28 LUGLIO 2009
Regione Cacciari candida la Puppato a governatrice
«È la persona giusta anche per guidare il partito. E per le primarie dicembre è tardi»

VENEZIA. Laura Puppato segretario regionale del Pd. E candidata del centrosinistra alle Regionali 2010. Il sindaco Massimo Cacciari rompe la breve tregua che si era dato e torna a parlare di politica, entrando a gamba tesa sul tormentone che agita ex diessini e margheriti tutti contro gli altri armati anche nella propria componente. Un appello quello lanciato ieri dal sindaco filosofo ai grandi capi del suo partito e ai suoi collghi del Veneto che a vario titolo hanno storto il naso di fronte all’ipotesi, lanciata dal senatore Felice Casson di una candidatura «super partes» come quella della sindaca di Montebelluna.

«Vedo una grande agitazione sul congresso del Pd», attacca Cacciari, «ma poca chiarezza. Proprio per questo occorre che alla guida del Pd regionale ci sia una figura nuova, in grado di introdurre una sostanziale novità anche nei rapporti con le altre forze politiche che sono in attesa di sapere cosa vogliamo fare».
«Come esperienza amministrativa, radicamento nel territorio, età e capacità dimostrata, oltre che per il grande risultato ottenuto alle Europee di giugno, mi pare che la persona giusta sia proprio lei, Laura Puppato».
Quanto alla cordata da scegliere per il segretario nazionale, Cacciari non si schiera.
«Non sono in grado di decidere, perché nessuno dei due ha parlato di programmi. Vedrò. Marino non lo conto perché ne ho grande stima, ma lui non è un candidato vero alla segreteria. Non si può costruire una candidatura monotematica».
Infine, le primarie.
«Dicembre è troppo tardi, i nostri candidati avranno poco tempo per la campagna elettorale. Bisogna fare le primarie in novembre. E tenere ben distinta la campagna per il segretario del partito da quella del sindaco. Con un percorso ben costruito e solido. E un candidato che non venga dai partiti».

(Alberto Vitucci)

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18.7.09

Andrea Martella, Franca Donaggio e gli altri dirigenti del PD veneziano:gli schieramenti precongressuali

la Nuova Venezia — 18 luglio 2009
Pd verso il congresso, ecco con chi stanno i nostri big
Mitia Chiarin

VENEZIA. Entra nel vivo il congresso del Partito Democratico. Martedì si chiude la prima tappa. Vale a dire la campagna di tesseramento congressuale: solamente chi s’iscrive entro il 21 luglio potrà contare al fine dell’elezione dei candidati alle primarie di ottobre. L’obiettivo del gruppo dirigente veneziano è il raggiungimento di quota cinquemila tessere. Un traguardo comunque ben lontano dalla somma delle tessere che raccoglievano Ds e Margherita: circa 9 mila. I big veneziani del partito sono divisi tra Bersani e Franceschini. L’ex ministro diessino sembra il più «gettonato», ma con Franceschini si sono schierati parlamentari e sindacalisti. Anche Cacciari sembra preferire la candidatura di Dario.

Sfida tra dirigenti, ma crisi d'iscritti
la Nuova Venezia — 18 luglio 2009

Martedì si chiude il tesseramento e nel Partito democratico veneziano tira aria di congresso, riproponendo nuove divisioni nel gruppo dirigente. Duecento iscritti negli ultimi giorni, la stima è di un 10 per cento di tessere in più al conteggio finale, raggiungendo quota 5 mila. Martedì scade il termine per iscriversi al Partito Democratico e poter così votare, con la propria tessera, al congresso nazionale del partito. Duecento nuovi iscritti in dieci giorni portano a quota 4.400 i tesserati in Provincia. La previsione è di un 10% di tessere in più, dice il deputato Rodolfo Viola, responsabile del tesseramento. «Per fortuna qui non assistiamo alla corsa a tessere fasulle, come avviene da altre parti. Certo puntiamo ad aumentare gli iscritti al Pd - dice - ma il monitoraggio del tesseramento in vista del congresso ci dice che noi viviamo una situazione tranquilla». E questo è un fatto positivo per il coordinatore provinciale Gabriele Scaramuzza che si prepara a gestire con un ruolo «volutamente super partes», avvisa, le nuovi divisioni dentro al partito. La previsione è di chiudere a 5 mila iscritti e il Pd è ben lontano dai 9 mila che sommavano i Ds (6.500 tessere il dato dell’ultimo tesseramento) e la Margherita prima della fusione. Il sostegno a Franceschini del sindaco di Venezia Massimo Cacciari non è ancora ufficiale. Il filosofo critica la mancata scelta di un partito federale e avvisa: «Aspetto di vedere i programmi». Mercoledì 22 luglio, doppio appuntamento a Mestre con le prime assemblee delle nuove correnti interne al Pd, che scompaginano le vecchie divisioni tra ex Ds e ex Margherita. I sostenitori di Pierluigi Bersani, annuncia Davide Zoggia, si riuniscono al Candiani. A sostenere l’ex ministro delle Attività Produttive nel governo Prodi è la parte maggioritaria del Pd veneziano. Oltre a Zoggia lo appoggiano il prosindaco Michele Mognato; il capogruppo in Comune Claudio Borghello; gli assessori comunali Laura Fincato e Sandro Simionato e il vicesindaco Michele Vianello. E poi il consigliere regionale Giampietro Marchese; il coordinatore comunale Alessandro Maggioni e il consigliere provinciale Lionello Pellizzer. Anche la deputata Delia Murer ieri ha confermato il suo appoggio. Sul fronte dei circoli, c’è l’adesione del coordinatore di Marghera, Cossidente. A favore di Dario Franceschini troviamo il deputato Andrea Martella assieme ad una parte dei Ds e a Pier Paolo Baretta, capogruppo Pd della commissione bilancio alla Camera; il segretario della Cgil metropolitana Sergio Chiloiro, dirigenti sindacali di area Cisl e Uil. L’associazione «A Sinistra» di Valter Vanni si riunisce sempre mercoledì sera, ma nella federazione provinciale di via Cecchini. «Ho ascoltato le parole di Franceschini e riascoltato quelle di Bersani - ha annunciato ieri Vanni della Direzione regionale - Mi sembra più convincente il primo e quindi mercoledì all’assemblea proporrò di sostenere la candidatura di Franceschini». A sostenere Franceschini il gruppo dei «fassiniani» con Franca Donaggio, Lucio Tiozzo e altri. A favore di Ignazio Marino, terzo nella corsa alla segreteria del Pd, si sono schierati ufficialmente il parlamentare Felice Casson e Marta Meo della segreteria regionale. Non intendono svelare le loro intenzioni, per ora almeno, l’assessore comunale ex Margherita Enrico Mingardi, il presidente della Municipalità di Mestre Massimo Venturini, l’assessore comunale Mara Rumiz e il consigliere comunale Roberto Turetta che critica l’attuale situazione: «Non mi interessano le guerre di bande ma il confronto sui contenuti».
la Nuova Venezia — 18 luglio 2009
«Scelgo Dario per costruire un partito nuovo e unitario»

«Sostengo la candidatura di Dario Franceschini perché credo abbia il profilo giusto e le qualità adeguate per riuscire in questa impresa. A lui chiedo di realizzare ciò che Veltroni non è riuscito o non ha potuto realizzare. Superando limiti e insuffcienze di questi ultimi due anni». Parla Andrea Martella della direzione nazionale del Partito Democratico, e uomo forte del Pd veneziano a Roma. Al congresso sosterrà Dario Franceschini e s’impegnerà a fondo perché «le diverse posizioni che si confronteranno al congresso dovranno guardare anche al futuro, mantenendo la capacità di affrontare unitariamente le sfide del 2010». Vale a dire le elezioni Comunali a Venezia e regionali. ma cosa si aspetta dal prossimo congresso del Pd? «Il congresso dovrà finalmente sciogliere i nodi del riformismo moderno e contestualmente avere un’organizzazione moderna. Mi auguro che così si possa uscire dalla caricatura di un congresso in cui ci si divide tra chi è per un partito solido e organizzato e chi no. Tutti dobbiamo contribuire alla costruzione di un partito di circoli, che sia radicato sul territorio, aperto a nuove energie e strutturato su base federale con ampia autonomia regionale». Il congresso per Martella dovrà anche «definire una volta per tutte l’identità del Pd e formulare una proposta capace di far uscire il paese dalla crisi, non solo economica, in cui versa». Sulla questione delle alleanze, Martella chiarisce che «si tratta di tenere insieme una vocazione maggioritaria con la capacità di costruire alleanze con chi condivide un programma riformista. Senza tornare indietro ad alleanze litigiose e non in grado di governare». Per questa ragione, conclude Martella «è fondamentale che il congresso sviluppi un confronto vero ed aperto sul nuovo progetto che il Pd intende sviluppare nella società italiana».
(m.ch.)

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17.7.09

Andrea Causin: con Dario Franceschini, l'appello

Il 14 ottobre 2007 milioni di italiani si sono messi in movimento e insieme hanno dato vita al Partito Democratico. Con le primarie e le elezioni politiche abbiamo visto quanti altri con noi hanno raccolto la sfida del cambiamento, di apertura della nostra società e della politica, di rottura degli schemi rigidi e anacronistici del nostro paese.

Al tempo stesso abbiamo constatato come quel consenso non fosse una cambiale firmata in bianco, ma una fiducia da riconquistare e alimentare di giorno in giorno.

Per farlo serve un partito che sia al servizio dell'Italia e degli italiani, di tutti gli italiani. L’esatto contrario, cioè, della politica di divisione sociale e di difesa del corporativismo che porta avanti il governo Berlusconi.

L’Italia ha bisogno di uno sviluppo economico nuovo, che faccia crescere tutto il paese senza giocare sulle sue divisioni. Ha bisogno di mobilità sociale e di un sistema di welfare inclusivo, capace di rispondere e tutelare le nuove fasce di povertà e di insicurezza, a partire da quella del lavoro precario.

L’Italia ha bisogno di scelte lungimiranti. Come, di fronte alla crisi economica, Obama in America ha proposto un’idea nuova di sviluppo che fa leva sulla green economy, sul futuro e la solidarietà nazionale, così in Italia il Partito Democratico deve mettere in campo una visione coraggiosa e nuova della società: aperta, giusta, libera, solidale.

Perché questa visione sia credibile, serve coerenza nei comportamenti e nell’azione di governo e amministrazione della cosa pubblica. Solo con la coerenza tra le parole che diciamo ed i comportamenti che mettiamo in atto, riusciremo ad aggregare tutti quegli italiani che sono già in campo, in prima persona, a partite da quelli che – spesso in solitudine - in questi mesi si sono opposti alle disastrose politiche del governo. Dal mondo della scuola ai pensionati, dai dipendenti alle piccole e medie imprese, c’è un’Italia che ha bisogno di risposte, che ci chiede e vuole costruire nuove risposte.
Per fare tutto questo, per vincere la
sfida del cambiamento, dobbiamo costruire un partito radicato che risponda alle nuove esigenze della società. Non c’è contrapposizione tra partito delle primarie e partito strutturato. La rete dei circoli, per quanto fragile, ha tenuto in piedi il partito in questi mesi. Le Feste democratiche e de l’Unità sono vissute come momenti e spazi collettivi, politicamente caratterizzati ma aperti a tutti e “interessanti” per tutti. Dobbiamo pensare i nostri circoli come luoghi utili alla collettività, dove ragionare di politica ma anche in cui trovare risposte concrete, momenti di socializzazione e servizi utili. Dobbiamo valorizzare il loro lavoro e renderlo possibile, dando loro strumenti, attenzione e rappresentanza reale, non solo "compiti" da svolgere. Dobbiamo ripensare lo strumento delle primarie, che deve però rimanere anche per la scelta della leadership nazionale, senza gettare via “il bambino con l’acqua sporca”.

Ma soprattutto il PD deve darsi una nuova identità, una nuova appartenenza che superi le vecchie. Ci sarà un partito strutturato e radicato, solo quando il PD smetterà di essere un partito di ex, ma avrà costruito una nuova compiuta identità democratica. Quando arriveremo ad essere tutti, semplicemente, democratici.

Due anni fa abbiamo iniziato un cammino collettivo che ha dato vita al primo grande partito di questo secolo. A noi stessi e all’Italia abbiamo promesso una nuova stagione. Oggi, e' Dario Franceschini ad incarnare questa idea.

In questi pochi, difficili mesi alla guida del partito, e' stato capace di dare unità al partito, di usare parole chiare e compiere scelte nette e coraggiose. Dovrà continuare a farlo, dovremo aiutarlo a continuare a farlo, con determinazione e coerenza.
Con Dario Franceschini, con l'impegno diretto di tanti di noi, possiamo dare gambe al percorso del PD e costruire un futuro per il nostro partito e per il nostro paese.

Vinicio Peluffo, Federica Mogherini, Andrea Causin, Francesco Ori, Luca Rizzo Nervo, Giorgia Beltramme, Andrea Catena, Stefano Fancelli, Pierluigi Regoli, Fabio Santoro

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16.7.09

Andrea Causin: manifesto dei trentenni per Dario Franceschini

Europa 16 luglio 2009
Noi under 30 con Dario

La nostra sfida è avvicinare alla politica chi è distante, i tanti nostri coetanei che la percepiscono come qualcosa di inconcludente da cui stare alla larga.
Ma il punto di partenza deve essere chi c’è: quei ragazzi e quelle ragazze che, con una scelta controcorrente rispetto alla propria generazione, hanno deciso che vale la pena di mettersi in gioco, di provare a cambiare il mondo partendo dal proprio quartiere. Ragazzi e ragazze che hanno nel proprio vocabolario parole come “militanza”, “territorio”, “passione”, “partecipazione”, che conoscono la fatica della politica.
Siamo una generazione che esiste. Nel Partito democratico, nei suoi circoli, sui banchi nei consigli comunali, provinciali e regionali, nei suoi organismi dirigenti. Uno straordinario patrimonio di energie, impegno, fantasia e senso di appartenenza. Un buon punto di partenza per praticare un ricambio generazionale che non sia solo una operazione mediatica. Per costruire un Pd innovativo e moderno che parta dai suoi giovani per conquistarne dei nuovi. Per parlare a chi nei circoli non ci ha mai messo piede, per intercettare le aspettative, i bisogni e le speranza di una generazione di cui facciamo parte, di cui condividiamo le ansie ma anche la voglia di futuro.
Vogliamo parlare a chi ha la nostra età, chiamarli ad un impegno diretto accanto a noi, vogliamo convincerli del progetto del Partito democratico: pensiamo alle migliaia di professionisti in maggioranza “under 30” che lavorano nelle aziende italiane confrontandosi quotidianamente con la flessibilità, a quei giovani di talento delle factory che portano avanti progetti culturali creativi, ai ricercatori universitari che per amore della scienza e dello studio, resistono in Italia con paghe da fame, ai tanti giovani che hanno smesso di studiare e lavorano duramente senza interessarsi di politica perché pensano che non discuteremo mai di quello di cui parlano la sera a tavola: le tasse, come arrivare a fine mese, l’affitto da pagare, un frigo da riempire,la speranza di costruirsi una famiglia.
Di fronte ad una società più povera e smarrita, più incerta e insicura, una parte largamente maggioritaria delle nuove generazioni corre il rischio di avere un triste primato: quello di avere meno speranze di futuro delle generazioni che l’hanno preceduta. Viviamo in un paese a bassissima mobilità sociale in cui è altissima la probabilità che il figlio di un operaio faccia lo stesso lavoro del padre, nel caso riesca ad averlo, un lavoro. Un paese in cui il reddito e le condizione economica della famiglia è decisiva più del merito e delle capacità, nel determinare quale sarà il percorso di studi, il lavoro, le opportunità che potranno avere nella vita.
Vogliamo un partito che sia innanzitutto partito della società: che valorizzi le idee e le istanze dell’Italia giovane e nuova, che studia, intraprende, rischia: mettendo ogni giorno in gioco un pezzo di futuro. E ci candidiamo ad essere noi lo strumento per poter parlare a questa Italia, e a questa generazione. Perché si tratta della nostra Italia. E della nostra generazione.
Quella che ha assunto la dimensione del suo esserci dopo che a Berlino era caduto il Muro, che ha scelto il partito quando i partiti erano messi alla gogna, ed è cresciuta con i Simpson e con le notizie delle bombe a Palermo e Roma. La generazione che conosce la rete e le reti, gli sms e l’i-Pod, usa i social network e ha confidenza con i nuovi linguaggi del nuovo tempo.
E per dargli voce e rappresentanza, dobbiamo immaginare e costruire un radicale e ambizioso programma di trasformazione del nostro paese, riforme vere, concrete, profonde, diritti nuovi, esigibili, universali, libertà di scelta e autonomia, pari opportunità e un nuovo welfare, un nuovo patto tra le generazioni.
Una Italia del merito e dei talenti, che ha il coraggio delle riforme. Che risolve i problemi, che non si perde negli infiniti giri di una politica inconcludente e fastidiosa. Una Italia che sceglie, anche a costo di scontentare qualcuno. Che sa rompere i legacci che negano le opportunità, che libera l’avvenire delle generazioni future, che muove assedio alle mille caste, casematte e cittadelle dei privilegi nazionali.
Abbiamo la presunzione di credere che questa Italia inizia dal progetto di governo del Partito democratico, abbiamo la certezza di dire che per costruire questo progetto è da noi che si deve partire, senza inventare nulla. Non contro qualcuno, non per chiudere ad altri ciò che chiediamo sia aperto a noi. Intendiamo assumere le responsabilità del tempo presente senza paura di sporcarci le mani, con la consapevolezza che non si fa politica per governare, ma si governa per cambiare.
Crediamo nella forza della green economy, come motore dello sviluppo che sconfigge la crisi. Vogliamo un sistema del lavoro in cui le garanzie si ampliano e le risorse che finanziano i diritti si redistribuiscono. Pensiamo ad una nazione delle autonomie e dei piccoli comuni, che sappia scommettere su politiche che scoraggino il fenomeno della urbanizzazione selvaggia e dello spopolamento della provincia, della campagna e della montagna. Crediamo nella modernizzazione del paese, attraverso le infrastrutture, le energie rinnovabili, le nuove tecnologie, lo sviluppo industriale che sa rispettare il territorio. Crediamo in una democrazia matura, bipolare e parlamentare. E vogliamo una legge elettorale nuova che ci dia un parlamento di eletti e non di nominati.
Le energie nuove per realizzare questo progetto ci sono: è la generazione che esiste e che vuole far vincere Dario Franceschini.
Per continuare a rinnovare il Partito democratico, facendone un luogo aperto ed accogliente, che non sia solitario ma che trovi nella sua vocazione maggioritaria la forza dello stringere alleanze di programma e non di cartello. Per governare, non solo per vincere.
Ci rivolgiamo a quelli che si sentono parte di questa generazione che abbiamo evocato, a chi da tempo sente sulle mani la fatica della politica, a chi ha da sempre il coraggio un po’ anticonformista di scegliere la sezione invece del bar, un volantinaggio invece di una partita di pallone, una cena con il circolo invece di una serata in discoteca. Sappiamo che sono tanti e che hanno voglia di esserci, in questo tempo, che a molti pare cupo, ma che invece è emozionante. Perchè è tempo di ricostruire lo spazio della partecipazione democratica, di suscitare intelligenze e disponibilità per proseguire la strada di un partito che costruisce il domani salendo sulle spalle di una storia che ci rende forti e non nostalgici.
È la strada del Partito democratico, che vogliamo percorrere con tanti di voi, condividendo le difficoltà, confrontandoci sul futuro, assumendoci le nostre responsabilità di uomini e donne che credono nell’impegno. Consapevoli che il congresso del Pd sarà solo una tappa, anche se fondamentale, di un viaggio che conduce ad una Italia nuova.

Andrea Causin , Giacomo D’Arrigo, Antonio Iannamorelli, Gian Luca Lioni, Luigi Madeo, Dario Marini

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14.7.09

Marco Stradiotto: PD, necessario voltare pagina

Partito Democratico, La svolta necessaria
In questi giorni moltissime sono state le analisi avanzate da giornalisti, parlamentari, amministratori locali (giovani e meno giovani), iscritti e simpatizzanti del PD. In tanti hanno cercato di sviscerare le ragioni di un risultato elettorale deludente, sia alle europee che alle amministrative.
I dati sono, in effetti, impietosi. Certo, l’affluenza è scesa molto, ma come non riflettere sul fatto che solo il 26,1% degli elettori ha votato PD contro il 33,2% delle politiche del 2008. Se ci concentriamo sul Nord, in particolare sul Veneto e sulla Lombardia, constatiamo che il PD è diventato il terzo partito, molto distanziato da PDL e Lega. In Veneto siamo al 20,29% contro il 26,5% di un anno fa. Ciò significa che su 100 persone adulte che incontriamo in strada solo 14,7 hanno votato PD. È una situazione inquietante. In questi anni, soprattutto negli ultimi mesi, ho percepito che stavamo perdendo il nostro blocco sociale di riferimento. Molti degli elettori ci hanno preferito Berlusconi, Bossi, Di Pietro, Casini. Oppure semplicemente hanno scelto di stare a casa.
Perché? Quali sono le ragioni di questa disaffezione? Io ho provato a darmi delle spiegazioni che sintetizzo così.
1. Il partito della “crisi”
In tempi di recessione molti dirigenti del PD hanno come dato l’impressione di “tifare per la crisi”, quasi che l’aggravarsi del disagio sociale potesse tradursi in un vantaggio elettorale per noi. Questa percezione, più o meno diffusa, ha fatto sì che italiani preferissero a noi chi comunicava loro messaggi di speranza e di ottimismo. Berlusconi nascondeva (e nasconde) la reale portata della crisi. Nello stesso tempo, Berlusconi ha accarezzato (e accarezza) ogni giorno l’orgoglio degli italiani. I nostri imprenditori, gli operai, la gran parte dei cittadini italiani sanno che la crisi non è finita e sanno pure che è destinata a durare a lungo, ma non sopportano quei politici che sulla crisi speculano allo scopo di strappare qualche voto in più. Prima o poi i nodi arrivano sempre al pettine. Tuttavia, se il PD non modifica l’approccio alla crisi, rischia un ulteriore calo di consensi. L’assurdo è, infatti, che molti scaricano la responsabilità di questa contingenza economica non su chi la governa, ma sull’opposizione. Bisogna cambiare passo e argomentazioni.
2. Il partito “imborghesito”
Il PD sembra sempre più un partito di nicchia. Un partito elitario, distante da chi soffre, distante da quella parte di società che fra mille difficoltà sta tirando la carretta. Lontano dagli operai, dagli imprenditori, dai disoccupati, dai pensionati, dalle casalinghe. Da quelle persone che passano notti insonni perché temono di perdere il lavoro o per il fatto che i soldi non arrivano alla fine del mese. Da quegli imprenditori che non vedono un futuro per la propria azienda e temono di dover licenziare i dipendenti con cui hanno lavorato gomito a gomito per decenni. Da quei titolari di aziende che rischiano di perdere tutto perché le banche hanno chiuso le linee di credito o perché la pubblica amministrazione paga una fornitura, o un lavoro, dopo molto tempo, anche dopo un anno. Mentre il popolo sconta gli effetti della crisi sulla propria pelle, il PD affronta temi sicuramente importanti, ma con nessuna aderenza alla vita concreta delle persone. Come se il partito fosse di un altro pianeta, parliamo di DICO, di PACS, di Testamento Biologico. E poi ci chiediamo perché gli operai non ci votano più. Prima di discettare dei diritti giusti ma marginali, affrontiamo i diritti fondamentali: il diritto al lavoro, il diritto a una vita dignitosa, il diritto alla sicurezza sul lavoro e nella vita di tutti i giorni, il diritto a uno stipendio equo.
3. La tentazione della battuta e politica dell'immagine
Immaginare di battere Berlusconi ricorrendo alla battuta facile e alla politica dell'immagine è un suicidio. Inseguendolo su questa strada, visti gli scarsi mezzi mediatici a nostra disposizione, e la pochissima attitudine di molti (anzi moltissimi) nostri dirigenti al loro utilizzo, saremo sempre e comunque su un terreno che non ci appartiene. Con il risultato di esporci, ancora una volta, a sicura sconfitta. Dovremmo riflettere, e riflettere molto seriamente, sul fatto che l'unico che è riuscito, in tutti questi anni, a battere Berlusconi è stato l'antidivo Romano Prodi: uomo serio, preparato, tosto, che, tuttavia, non aveva sicuramente dalla sua la caratteristica di essere un bravissimo comunicatore televisivo. Riusciremo a vincere solo nel momento in cui smetteremo di scimmiottare "malamente" il modo di fare del centrodestra. Dobbiamo avere la forza e la capacità di proporre leader seri e preparati, portatori di obiettivi ambiziosi e messaggi mirati che riescano a proporre e, soprattutto, a far capire la linea del partito.
4. Poche risorse per i territori
Nei suoi primi due anni di vita, il PD è stato diretto in modo assolutamente centralista. La gestione Roma-centrica di un partito che si dichiarava “leggero” e di questa leggerezza si faceva perfino vanto è stata una scelta sbagliata. Organizzare manifestazioni, sostenere giornali di partito, letti peraltro da poche migliaia di cittadini, drena milioni e milioni di euro, ma lascia a secco le segreterie locali, provinciali e regionali. Serve una rivoluzione. Il finanziamento pubblico deve essere girato alle organizzazioni decentrate in base all'entità dei voti raccolti, investendo in modo proporzionalmente maggiore nelle zone dove abbiamo ottenuto i risultati più deludenti. È assolutamente necessario che il PD diventi un vero partito federale, con una sua autonomia nella gestione finanziaria e nella proposizione di temi che interessano i territori e i loro cittadini.
5. Una scarsa cultura d'impresa
I mondi produttivi, le PMI, l'artigianato, l'agricoltura, il commercio avvertono il PD come distante. Lo vedono più vicino al pubblico impiego, vicino a quelle categorie che, sempre più, l'opinione pubblica giudica "parassitarie" piuttosto che alle forze più dinamiche del Paese, quelle capaci di affrontare rischi e in grado di trainare l'economia. Il PD ha nel suo codice genetico, nonostante molti lo neghino, una certa diffidenza verso l'imprenditore, verso il padrone o il padroncino. Non sono trascorsi troppi anni da quando alcuni leader del nostro partito definivano i piccoli imprenditori del Nord "egoisti evasori". Secondo voi quegli elettori hanno dimenticato queste accuse? No, vi garantisco di no. Esiste ancora molta diffidenza nei nostri confronti. Diffidenza ulteriormente accentuata dalla percezione di una vicinanza del PD anche alla grande impresa o a qualche illustre banchiere italiano. Chi rischia e suda tutti i giorni ha l'impressione che il nostro Partito sia amico solo di quella parte del Paese che, in giacca e cravatta, sfrutta quelli che, con la tuta da lavoro, si sporcano le mani per guadagnare la pagnotta. In questo schema è chiaro l'operaio voti con più probabilità la Lega o il PDL piuttosto che noi. Riflettiamoci.
6. La sicurezza tradita
I cittadini hanno paura. Quali che siano i dati sulla sicurezza, questa percezione è una realtà. Proviamo a frequentare le stazioni, i metrò, i mezzi pubblici, le aree più degradate e periferiche delle città italiane. Cerchiamo di comprendere lo stato d'animo di donne che vivono attimi di vero e proprio panico e che, quando arrivano a casa, accendono la tv e si trovano inondate da un'infinità di notizie che raccontano di fatti criminali accaduti nel corso della giornata. Che messaggio diamo noi, come partito, a queste persone? Normalmente siamo sulla difensiva: difendiamo i giudici che magari hanno lasciato a piede libero un delinquente o inflitto una pena irrisoria al "mostro" di turno. Così i cittadini, a torto o a ragione, preferiscono chi ha buon gioco a proporre la linea dura: senza distinguo, senza spiegazioni, senza argomentazioni sui limiti del nostro sistema penale. Certo, su questo terreno noi del centrosinistra ci portiamo dietro il fardello dell'indulto approvato nell'agosto di tre anni fa. Ci vorrà tempo per cancellare dalla memoria degli elettori questa responsabilità (votata anche da Forza Italia, ma in pochi lo ricordano) e per proporre un messaggio netto in grado di conciliare sicurezza e lotta all’esclusione sociale, rispetto delle regole e certezza del diritto.
7. Immigrazione, troppa confusione
L’immigrazione sposta oggi consensi e muove sensibilità. I populisti agitano questo tema, e la lotta ai clandestini, per ottenere facili vittorie elettorali. Eppure, al di là delle strumentalizzazioni, sappiamo tutti che si tratta di un fenomeno epocale frutto delle migrazioni di popoli sfruttati e maltrattati. Persone che scappano dalla morte e dalla fame, per cercare di sopravvivere e di garantire un futuro ai propri figli. Il PD in questi anni ha tenuto la posizione più corretta e razionale. Ma la stragrande maggioranza dei cittadini non l'ha compresa o non l'ha condivisa. Mi è capitato spesso di parlare con nostri connazionali che hanno, in passato, vissuto l'esperienza dell'emigrazione. Ti aspetteresti persone tolleranti che capiscono e accettano il fenomeno. Invece, in molti chiedono rigidità e tolleranza zero. Questo soprattutto perché non concepiscono che "l'ospite" non rispetti le regole del Paese in cui si trova a vivere e perché ricordano che a loro non era concesso "nulla": bastava uno sgarro e subito erano rispediti a casa. Su questi temi il PD si è dimostrato incapace di comprendere che a pagare la mancanza di sicurezza e di regole sono stati soprattutto i più deboli, le persone che svolgono i lavori più umili, che si spostano sui mezzi pubblici, che frequentano gli ospedali. Che risposte diamo? Non possiamo fermarci alle enunciazioni di principio. L’integrazione deve essere la nostra unica parola d’ordine. Integrazione fatta di diritti ma anche di doveri. Primo fra tutti quello di rispettare le leggi italiane e di conoscere la nostra lingua e le nostre abitudini. Senza scommettere su questo tipo di integrazione saremo sempre sopraffatti dalla Lega che propone soluzioni inefficaci e razziste ma che almeno parla ai cittadini più deboli e dice loro esattamente quello che si aspettano di sentirsi dire.
IMPERATIVO: CAMBIARE!
È indispensabile voltare pagina. È indispensabile che la politica si avvicini ai reali problemi dei cittadini. Da qui deve ripartire il nuovo PD. Servono leader coraggiosi. Servono chiarezza, lealtà, trasparenza. Occorre spezzare l'equazione secondo cui politica significa opacità, slealtà, falsità, incoerenza. C’è bisogno di più umiltà e di una maggiore disponibilità nei confronti degli elettori e dei cittadini. Sul piano dei contenuti, dobbiamo ripartire dalle difficoltà dei più deboli, superando la vecchia divisione per classi, elaborando risposte concrete per tutte quelle persone che orgogliosamente stanno andando avanti fra mille difficoltà. Dobbiamo smetterla di frequentare i salotti, andiamo nei luoghi di lavoro, nei posti di ritrovo, nelle sedi delle associazioni di categoria. Troviamo soluzioni reali alle paure, all’immigrazione, alla criminalità, alla crisi. In tema di lavoro cambiamo passo e troviamo il coraggio di riconoscere che il rischio d'impresa non è sufficientemente considerato nel nostro Paese e dal nostro partito. Cerchiamo di stare alla larga dalla politica della battuta e dalla tentazione di dichiarare qualcosa tutti i giorni solo per finire sulle agenzie o sui giornali. Costruiamo piattaforme programmatiche articolate nell’impostazione ma semplici nella traduzione dei nostri messaggi. Cerchiamo per ogni problema una risposta chiave, sintetizzabile in poche parole, e realizzabile davvero. Rimettiamo in piedi un partito realmente federale che lasci autonomia finanziaria e politica ai singoli territori.
Abbiamo 100 giorni per proporre alla nostra gente il Partito che vogliamo. 100 giorni per costruire, finalmente, il nuovo PD.

Marco Stradiotto

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8.7.09

Andrea Martella: la dirigenza PD ammette i gravi errori e guarda ad un Congresso di discontinuità col passato

Il Gazzettino 8 luglio 2009
Questo PD ha fallito. Serve un partito nuovo
Andrea Martella
(deputato del Partito democratico)


Nel dibattito precongressuale che accompagnerà il Partito democratico da qui ad ottobre è necessario partire da alcuni punti di verità.
Il primo ci impone di ammettere che l’‘Italia nuova’ dei democratici, quella evocata nell’atto di nascita del Pd, non l’abbiamo ancora costruita.; e se oggi guardiamo ai problemi del Paese, alle soluzioni che bisognerebbe dare e alla nostra forza reale, siamo ben lontani dal poterla costruire.
Eppure, la nostra missione è e resta quella, e cioè unire il cambiamento del PD alla modernizzazione e al cambiamento dell’Italia. In altre parole dare una nuova qualità alla democrazia per fare dell’Italia un Paese più giusto e competitivo.
È per queste ragioni che il congresso del PD non dovrà, non potrà rappresentare l’ennesimo momento di transizione, ma dovrà segnare al contrario una svolta vera che faccia uscire il partito dal terreno accidentato che ne ha fortemente rallentato il cammino e la crescita. Una svolta che faccia del Pd una formazione capace di interpretare le esigenze di una società in continua evoluzione e che lo renda finalmente credibile e attrattivo per le donne e gli uomini di questo nostro Paese. O il congresso sarà questo, o sarà stato inutile farlo.

È però inutile nascondersi che il Pd si appresta a cogliere questa sfida non in buona salute. La percentuale di voti raccolti alle ultime elezioni europee ha reso la sconfitta meno dura, ma non per questo meno evidente. Tuttavia, quel voto ha detto anche che il progetto del PD è e resta attuale. Il crollo di consensi dei partiti socialdemocratici europei, evidentemente percepiti come incapaci di dare risposte adeguate alla crisi economica, ha evidenziato come sia oggi più mai necessario un soggetto che vada oltre la sinistra tradizionale; in questo senso, il progetto del Pd ha in qualche modo anticipato l’esigenza di cambiamento rappresentata plasticamente dalla caduta dei progressisti in Europa. È per questo che è oggi necessario tornare al nucleo originario, superandone i limiti ed ampliandone le ragioni politiche e culturali. Non si può e non si deve tornare indietro .

Infine, sono a mio avviso almeno tre gli aspetti con i quali è urgente fare i conti:
  • Il Pd ha suscitato una speranza, ha evocato un cambiamento che poi non è riuscito a realizzare nei fatti. In sostanza, è come se non avessimo mantenuto le promesse. Il problema è stato ed è tutt’ora l’applicazione di quelle idee, di certo non l’‘amalgama’.
  • È doveroso fare i conti fino in fondo con il fatto che le tradizioni e le culture politiche da cui è derivato il PD hanno da tempo perso sia forza attrattiva che capacità di dare risposte adeguate. Ciò che è in discussione, adesso, è se siamo in grado di produrre un pensiero nuovo che parli ad un mondo nuovo. E dunque, ci sono nodi irrisolti da sciogliere una volta per tutte, pagandone il prezzo se necessario. Nodi che riguardano il profilo di un partito modernamente riformista: la libertà, il mercato, il valore dell’impresa, la sicurezza, l’università, l’ammodernamento della Pubblica Amministrazione, la giustizia e, ovviamente, la laicità. Da questa impasse non si esce né solo rimescolando le alleanze né accentuando l’antiberlusconismo, ma solo aumentando la nostra capacità di proiettare più avanti testa e cuore. Insomma, bisogna dire finalmente cosa vuole essere il PD declinandone la carta di identità con proposte forti, parole chiare, messaggi reali.
  • Dobbiamo, infine, fare i conti fino in fondo con il fatto che il progetto non è decollato anche perché il gruppo dirigente non è riuscito a dare lo slancio necessario a trasmettere lo spirito di innovazione e la spinta a guidare il cambiamento. Ecco perché dobbiamo costruire oggi una leadership in grado di interpretare, incarnare e realizzare quel cambiamento. La rottura con il passato è questa e non semplicemente una dinamica un po’ asfittica e troppo riduttiva tra vecchio e nuovo. Una rottura in grado di costruire un partito autonomo, che competa con il governo e lo sfidi sul terreno della modernizzazione e delle riforme. Questa deve essere la missione che il Pd deve darsi. Alla luce dei nostri valori e delle nostre idee.

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7.7.09

PD veneziano: gli schieramenti in vista del congresso

la Nuova Venezia — 7 luglio 2009
Bersani o Franceschini, i big si schierano

VENEZIA. Un congresso strategico. Che avrà riflessi non soltanto sulla politica nazionale, ma sul futuro prossimo di Comune e Regione. Dopo la batosta alle Provinciali il Pd veneziano prepara la rivincita. La ri-fondazione del partito Democratico si farà a ottobre, nel primo vero congresso del nuovo soggetto politico fondato da Veltroni al Lingotto. C’è tempo fino al 21 luglio per iscriversi - e dunque per avere diritto di voto - il 23 saranno depositate le candidature e i programmi. Quindi i congressi di circolo (in settembre) e le primarie per scegliere il segretario, il 25 ottobre.
Le grandi manovre sono già cominciate, e le «truppe» si stanno schierando. Sarà un congresso aperto ai nuovi iscritti, ma intanto i «big» si stanno posizionando. E le sorprese non mancano.
La gran parte degli ex ds, fassiniani e dalemiani (Michele Vianello, Davide Zoggia, Michele Mognato, Delia Murer, Sandro Simionato, Gabriele Scaramuzza), ma anche gli ex rutelliani della Margherita (Laura Fincato, Piero Rosa Salva, Claudio Borghello) e i fedeli della mozione Letta (Maggioni, Stradiotto, Boldrin) stanno con Pierluigi Bersani. L’ex ministro che viene dal Pci, intende allargare le alleanze e non dispiace agli industriali. Con lui si stanno schierando anche molte nuve leve del Pd, come i giovanissimi Trabucco e Rosteghin.
Con il segretario della transizione Dario Franceschini, che fu vice di Veltroni, rimangono gli stati maggiori dei Popolari, a Venezia Rodolfo Viola e Annamaria Miraglia. Ma anche il parlamentare Andrea Martella, già braccio destro di Bersani, l’ex presidente dell’Actv Valter Vanni.
Pochi finora hanno espresso il loro sostegno alla terza via, quella della laicità incarnata dal chirurgo Ignazio Marino. Con lui si schiera Marta Meo insieme a un gruppo di giovani del partito, mentre il senatore Felice Casson ancora non ha scelto.
Schieramenti spesso trasversali, che rimescolano gli antichi partiti di provenienza. «Questo è senz’altro salutare», dice il segretario provinciale del Pd Gabriele Scaramuzza, «è ora di parlare di programmi e scendere di nuovo in mezzo alla gente». Nonostante sia nota la sua preferenza per Bersani, Scaramuzza si è impegnato a mantenere un ruolo di garanzia in questi mesi. «Dovremo anche tener fuori dal dibattito delle correnti alcune questioni come le candidature per il sindaco e la Regione, il programma. Solo così, recuperando un dibattito interno basato sui programmi e non sulle persone, evitando errori fatti nel passato, potremo recuperare credibilità nel nostro elettorato».
Primi passi verso il congresso, dunque. Con il pensiero di tutti rivolto alle aministrative della primavera 2010.
(a.v.)

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