1.8.09

PD Veneto: Rosanna Filippin Andrea Causin e Felice Casson a proporsi come eredi di Paolo Giaretta

la Nuova Venezia — 01 agosto 2009
Pd Veneto, sfida a tre per la segreteria

Renzo Mazzaro
VENEZIA. Certo che sono bravi a fare le pentole senza i coperchi, pur non avendo niente di diabolico, questi sindaci veneti del Pd. Si fanno in quattro, letteralmente, per indicare un programma di rilancio attorno ad un candidato segretario regionale, da votare tutti insieme per ridare credibilità all’alternativa di centrosinistra nel Veneto, e il giorno dopo patatrac. Il candidato non è più lui. E non sarà neanche unitario. Al vedo tra Veneto e Roma, i quattro sindaci più importanti del Pd - Massimo Cacciari di Venezia, Flavio Zanonato di Padova, Achille Variati di Vicenza e Fausto Marchiori di Rovigo - rimediano un ceffone. Possiamo pure non definirlo sonoro, nel senso che gliel’ha dato ha cercato di affibbiarlo mezzo di nascosto, quasi che non si vedesse, o almeno non facesse rumore. Una sberla veloce, più che uno sberlotto esemplare, come facevano i genitori con i figli discoli. Mettiamola come vi pare, certo non è una carezza. Il candidato segretario regionale proposto dai 4 sindaci, il vicentino Stefano Fracasso, ha vissuto lo spazio di un pomeriggio. Era partito per le vacanze in Francia con la candidatura unitaria in tasca, tornerà retrocesso a professore di chimica, mestiere che gli dà da vivere.
Al suo posto il coordinamento nazionale dell’area Bersani indica Rosanna Filippin, vicentina, uno dei 5 nomi che il “pensatoio” veneto aveva comunque suggerito. Bilancio: vincono i parlamentari, perdono i sindaci, unico riferimento visibile del Pd nel territorio.
«Non mettiamola così», si ribella Margherita Miotto, deputato della componente Bindi, che ha dato l’ok assieme ai colleghi Gianni Dal Moro e Filippo Penati: i tre costituiscono il «tavolo di coordinamento nazionale» della mozione Bersani, considerata maggioritaria (ne consegue che la Filippin ha l’elezione già in tasca). «Non mettiamola così, perché non è andata così», insiste la Miotto. E com’è andata allora? «Il nome era tra quelli indicati dal territorio; per esigenze di immagine nazionale occorreva puntare su una donna; soprattutto l’appello dei sindaci era nato da un equivoco».
Quale? «A loro risultava che il Veneto dovesse andare ad un candidato dell’area Letta, mentre non è mai stato così». A che area appartiene la Filippin? «Alle primarie era con la Bindi, al congresso provinciale è stata candidata da tutti, adesso ha scelto l’area Bersani». Geografie di partito, per gli appassionati. Fin qui la Miotto. Va aggiunto, per sminuire l’impatto del ceffone, che almeno due sindaci su quattro erano d’accordo nel cambiare cavallo: Variati e Zanonato. Di Cacciari e Marchiori non si sa, ma se non protestano come minimo non si erano appassionati alla scelta. Laura Puppato ha chiuso il cerchio, ritirando la sua candidatura. Opplà, gioco fatto per l’area Bersani.
Ma non per la componente di Ignazio Marino, che proprio sulla candidatura Puppato aveva puntato le speranze per una prospettiva unitaria. «Ci siamo resi conto che una parte importante dell’elettorato sarebbe rimasta non rappresentata nel Pd, così abbiamo deciso la mia candidatura», spiega Felice Casson, che giorni fa la escludeva.
Terzo, ma non certo in ordine di arrivo, il candidato dell’area Franceschini, Andrea Causin, consigliere regionale, soprannominato Fullio a Martellago, da cui il suo blog www.fullio.it. «Questa situazione nasce dalle incertezze e dalle divisioni nell’area Bersani, ma è giusto così». Quanto contate nel Pd veneto? «Noi contiamo di vincere», risponde gasatissimo. E volete che non ci conti la Filippin? «Io me l’auguro ma niente è sicuro, qui le cose possono cambiare nel giro di una notte» risponde con più saggezza la candidata di Bassano. Forse pensa alle veline di Berlusconi, estromesse in una notte, dopo la lettera di Veronica all’Ansa. Con lei, in una notte, è successo il contrario. Certo che vincere nel 2010 sarà un altro paio di maniche: il Pd parte dal 19,8%.
***********
L'assessore all'urbanistica di Bassano del Grappa

Rosanna Filippin, 46 anni, avvocato di Bassano del Grappa, da due anni coordinatore del Pd vicentino, da una trentina di giorni assessore comunale all’urbanistica in una giunta con un sindaco dell’Udc. Formatasi nell’associazionismo cattolico, è stata presidente della Azione Cattolica. Nel 1995 è stata eletta consigliere comunale per il Ppi, di cui è stata anche capogruppo. Dal 1999 al 2001 ha partecipato alla costruzione di «Insieme per il Veneto».
Il pubblico ministero prestato alla politica

Felice Casson, 56 anni, senatore, è candidato alla segreteria regionale del Pd per la mozione di Ignazio Marino. Casson è nato a Chioggia il 5 agosto 1953. Si è laureato in giurisprudenza a Padova, ha lavorato in magistratura, è stato pm di inchieste molto note. Ha lasciato la magistratura nel 2005. Alle elezioni politiche del 2006 è stato eletto in Senato, come indipendente, tra le fila dei Ds. Attualmente è senatore della repubblica nel gruppo del Pd.
Il consigliere regionale nell'esecutivo di Veltroni

Andrea Causin
, 36 anni, consigliere regionale, candidato per la mozione di Dario Franceschini. Sposato, un figlio, vive a Martellago. E’ entrato in Regione nel 2005, si occupa in particolare di temi legati al welfare, alle politiche del lavoro e alle attività produttive. Nel novembre 2007 è stato chiamato da Veltroni a far parte dell’esecutivo nazionale del Pd, dal quale è poi uscito. Dal 1999 al 2002 era stato segretario nazionale dei giovani delle Acli.

Etichette: , , ,

28.7.09

Tra Causin, Stradiotto, Meo spunta l'ipotesi della candidata unitaria Puppato

LA NUOVA VENEZIA MARTEDÌ, 28 LUGLIO 2009
Regione Cacciari candida la Puppato a governatrice
«È la persona giusta anche per guidare il partito. E per le primarie dicembre è tardi»

VENEZIA. Laura Puppato segretario regionale del Pd. E candidata del centrosinistra alle Regionali 2010. Il sindaco Massimo Cacciari rompe la breve tregua che si era dato e torna a parlare di politica, entrando a gamba tesa sul tormentone che agita ex diessini e margheriti tutti contro gli altri armati anche nella propria componente. Un appello quello lanciato ieri dal sindaco filosofo ai grandi capi del suo partito e ai suoi collghi del Veneto che a vario titolo hanno storto il naso di fronte all’ipotesi, lanciata dal senatore Felice Casson di una candidatura «super partes» come quella della sindaca di Montebelluna.

«Vedo una grande agitazione sul congresso del Pd», attacca Cacciari, «ma poca chiarezza. Proprio per questo occorre che alla guida del Pd regionale ci sia una figura nuova, in grado di introdurre una sostanziale novità anche nei rapporti con le altre forze politiche che sono in attesa di sapere cosa vogliamo fare».
«Come esperienza amministrativa, radicamento nel territorio, età e capacità dimostrata, oltre che per il grande risultato ottenuto alle Europee di giugno, mi pare che la persona giusta sia proprio lei, Laura Puppato».
Quanto alla cordata da scegliere per il segretario nazionale, Cacciari non si schiera.
«Non sono in grado di decidere, perché nessuno dei due ha parlato di programmi. Vedrò. Marino non lo conto perché ne ho grande stima, ma lui non è un candidato vero alla segreteria. Non si può costruire una candidatura monotematica».
Infine, le primarie.
«Dicembre è troppo tardi, i nostri candidati avranno poco tempo per la campagna elettorale. Bisogna fare le primarie in novembre. E tenere ben distinta la campagna per il segretario del partito da quella del sindaco. Con un percorso ben costruito e solido. E un candidato che non venga dai partiti».

(Alberto Vitucci)

Etichette: , ,

26.4.09

Europee: Laura Fincato rinuncia, ecco le prime reazioni

Il Gazzettino 25 Aprile 2009
Fincato: nel Pd metodi vecchi, ritiro la candidatura


L’assessore veneziano contesta la scelta del partito di mettere capolista Luigi Berlinguer: «Nulla è cambiato nella concezione dirigista»

Venezia- Laura Fincato si tira fuori: non sarà candidata per il Pd alle prossime Europee. «Mi ritiro», ha annunciato ieri. Una scelta maturata negli ultimi due giorni, ma di fatto già presa dopo che da Roma il partito aveva scelto il settantasettenne sassarese Luigi Berlinguer come capolista nella circoscrizione del Nordest. Erano piovute critiche da tutte le parti, il primo a tuonare era stato il sindaco di Venezia Massimo Cacciari. E adesso che Laura Fincato si è ritirata, Venezia si ritrova priva di rappresentanza: non correrà l’eurodeputato uscente Paolo Costa (che polemicamente si è fatto da parte dopo che i vertici regionali del Pd non l’hanno indicato nella rosa dei candidati da sottoporre a Roma) e al posto della Fincato in lista entrerà un veronese: il sindaco di Legnago Silvio Gandini.

Laura Fincato, intanto, in una lunga lettera spiega le ragioni del suo rifiuto: «È corretto permettere che vengano completate le liste dichiarando, dopo una riflessione profonda, che non sottoscrivo la candidatura perché non vi sono più ragioni politiche e tanto meno personali che possano motivarmi ad affrontare una campagna elettorale». Una campagna elettorale - sottolinea l’assessore della giunta Cacciari - «che pure avrei vissuto, nella sua difficoltà e con tutti i rischi, solo se non fosse stata prodotta una decisione incomprensibile e quindi non condivisibile, almeno per me. Mi riferisco alla scelta del capolista che dà il segnale che nulla è cambiato nella concezione dirigistica di Roma nel poco rispetto dei territori. Questa scelta si aggiunge all'altra decisione, ancora più deprimente da un punto di vista anche elettorale, di non candidare il sindaco di Padova Flavio Zanonato».

La lista votata all'unanimità dalla direzione regionale del Pd Veneto - continua Fincato - «non è stata così prodotta nella sua interezza alla direzione nazionale perché si sono decise regole. Sempre quando la politica non sa governare si danno regole che subito dopo vedono applicate eccezioni ad libitum!».

Regole dello Statuto (rinnovamento e rapporto con i territori) «che sono state disattese ancora una volta, senza interpellare e senza ascoltare», e così nel Nordest «ci è stato calato un capolista». «Metodi vecchi, mentre si arriva a Venezia con il treno dei giovani democratici», conclude Fincato, annunciando che comunque farà la campagna elettorale «nel Pd e con il Pd nonostante la depressione politica che questa situazione ha generato, non solo a me, ma, temo, a tanti». E ancora: «Avevo dato la mia disponibilità ad una verifica di percorribilità politica di candidatura. Non posso volere che questa disponibilità sia interpretata come presenza inutilmente ambiziosa, ma neanche (con la mia storia personale e politica che rivendico) da bandiera “afflosciata”».

Laura Fincato resta così a Venezia a fare l’assessore. E a Venezia rammarico per la scelta di ritirarsi dalla corsa per Bruxelles viene espressa dal segretario del Pd, Gabriele Scaramuzza: «Io avrei auspicato che Laura Fincato mantenesse la sua candidatura, ma oggettivamente, in assenza di quella sintesi alta che sarebbe stata necessaria, le ragioni politiche della sua candidatura sono in parte venute meno».
Alda Vanzan

*******

Il Gazzettino 25 aprile 2009
Le lacrime di coccodrillo del Pd veneto
Antonino Stinà *
*assemblea provinciale del PD di Venezia

La polemica diffusa nel PD del Veneto relativamente alla lista per le elezioni europee mi lascia perplesso. Credo si stiano scaricando addosso a Franceschini colpe non sue, o meglio non esclusivamente sue. Innanzitutto sarebbe bello sapere se i rappresentanti veneti nella direzione nazionale abbiano votato a favore o contro la proposta presentata dalla segreteria nazionale. Non abbiamo avuto notizia di voti contrari, e nel PD, partito nuovo, sarebbe opportuno che il dissenso si esprimesse anche attraverso voti contrari.

In secondo luogo il PD del Veneto, a tutti i livelli, da quello regionale a quello dei diversi territori, dovrebbe fare mea culpa sulla propria incapacità di pensiero strategico e di partecipazione democratica rispetto alle proprie scelte. Si è scelto di non porsi il problema della rappresentanza della nostra regione in Europa. Una rappresentanza che avrebbe dovuto essere quanto più autorevole possibile in considerazione dei grandi legami che la nostra regione ha con l’Europa, e nuova, capace di trasmettere l’innovazione di cui il PD vorrebbe farsi portatore.

Questo percorso avrebbe dovuto coinvolgere il PD a tutti i livelli, dai circoli in su, per esplorare nuovi ambienti, per coinvolgere persone autenticamente democratiche. Questo processo si sapeva in partenza che sarebbe stato lungo, complesso, e non traguardato solo alle prossime elezioni, ma anche capace di guardare più in la, magari alle elezioni regionali del 2010, per vedere se da qualche parte nel nostro Veneto, si nasconda qualche personalità capace di lanciare una sfida seria a Galan.

Niente di tutto questo è stato fatto. La discussione è stata blindata nei caminetti dei capobastone del partito che incapaci di guardare avanti, non hanno saputo fare niente di meglio che candidare ciascuno un proprio esponente. Per questo le lamentele di questi giorni sono lacrime di coccodrillo. Non si può criticare la segreteria Nazionale che ha imposto senza dibattito Berlinguer a capolista, se i nominativi dei candidati veneti sono stati fatti seguendo il medesimo percorso.

Fa bene Laura Fincato a riflettere sul ritiro della propria candidatura. Farà ancora meglio a ritirare la propria candidatura segnalando in modo palese il suo desiderio di non essere parte di un processo sbagliato che ha portato a candidature sbagliate con il rischio di vedere cancellata la rappresentanza del Veneto in Europa. Farebbero bene a farlo anche gli altri candidati veneti facendo in modo da costringere tutto il nostro partito a riprendere una discussione ampia, anche se necessariamente veloce, per verificare la possibilità di esprimere una candidatura veneta, autorevole, fresca, capace di centrare l’elezione al Parlamento Europeo.

Etichette:

17.4.09

PD Veneto: per le elezioni europee, i primi contrasti

la Nuova Venezia — 16 aprile 2009
Costa: ingrati, rinuncio all'Europa

VENEZIA. Escluso dagli organismi regionali del Partito democratico, Paolo Costa, europarlamentare uscente e presidente dell’Autorità portuale di Venezia, non insiste per ricandidarsi alle prossime elezioni europee. Non si appella ai dirigenti nazionali del partito, come aveva annunciato, ma si fa da parte con una lettera-denuncia al segretario regionale Paolo Giaretta. Costa ricorda il lavoro fatto a Strasburgo e afferma: «Buttiamo le competenze». L’ex sindaco aggiunge che gli si sta facendo pagare l’incarico per la base Dal Molin di Vicenza e la nomina all’Autorità portuale.

*********

la Nuova Venezia — 16 aprile 2009
«Così perdiamo autorevolezza»

Ecco qui di seguito ampi stralci della lettera-rinuncia inviata dall’on. Paolo Costa al segretario regionale del PD Paolo Giaretta. Nella missiva il deputato europeo uscente, e presidente dell’Autorità portuale di Venezia, annuncia con garbata polemica la propria volontà di non ricandidarsi alle elezioni europee di giugno dopo che lo stesso Pd veneto lo aveva escluso dalla pre-lista dei candidati.

Caro Paolo, credo che dopo le decisioni, quelle dette e quelle non dette, prese dall’esecutivo veneto del Pd circa le candidature alle elezioni per il Parlamento europeo del prossimo giugno non sussista più alcuna ragione perché io mantenga la disponibilità per un terzo mandato a Strasburgo e Bruxelles. Prendo atto di una linea politica - che non mi trova d’accordo - che porta ad affrontare le Europee senza alcun sostanziale interesse per l’Europa e le sue istituzioni; a non preoccuparsi granché della qualità della rappresentanza al Parlamento europeo visto che «lì non si deve dare la fiducia ad alcun governo». In questa prospettiva, che detta inevitabilmente criteri di formazione della squadra totalmente indifferenti alle caratteristiche della partita da giocare, diventerebbe patetico insistere su una offerta di competenza ed autorevolezza europea da mettere al servizio del Paese tramite il Pd. Alle dimissioni dal Parlamento europeo avevo, per la verità, pensato fin dalla scorsa primavera, al momento del perfezionamento della mia nomina a presidente dell’Autorità Portuale di Venezia. Vi avevo soprasseduto per non andarmi ad aggiungere alla lunga lista di parlamentari europei eletti in Italia che avevano abbandonato il Parlamento europeo anzitempo (facendo scendere sotto i tacchi la credibilità e l’incisività delle nostre delegazioni) e, soprattutto, per impegni che mi ero preso come presidente della Commissione parlamentare Trasporti e Turismo con le Presidenze di turno, slovena, francese e ceca, di portare a buon fine provvedimenti legislativi di grande portata (dalla sicurezza marittima all’eurovignette, dalla interoperabilità ferroviaria al terzo pacchetto sull’autotrasporto fino agli slot aeroportuali, ai quali sto ancora lavorando)... ...Tutti temi dei quali avremmo potuto utilmente discutere, anche al fine del perfezionamento del messaggio elettorale, se l’esecutivo regionale avesse sentito l’esigenza di organizzare anche un solo incontro sull’argomento. Poi con l’avvicinarsi delle nuove elezioni e con l’aumentare della consapevolezza della drammatica estraneità dei temi europei dalla politica italiana si erano andate coagulando tra i parlamentari uscenti due forme di reazione: quella rappresentata da Donata Gottardi nella sua lettera di rinuncia alla ricandidatura, e quella, la mia, di far fruttare l’investimento che rappresentavamo per il Paese e per il Pd, dichiarandoci pronti a guidare, alla tedesca, una nidiata di nuove presenze - che finalmente si era deciso fossero presenze vere e dedicate - da far divenire le grandi competenze europee di domani. Nessuna pretesa naturalmente, ma solo la consapevolezza di poter essere utili se veramente si cercavano «persone di grande competenza sulle questioni europee» che secondo il regolamento del Pd dovranno fungere da capilista nelle diverse circoscrizioni. Aveva ragione Donata. Avrei dovuto capirlo dalla facilità con la quale si è liquidata la questione Gottardi; dal modo con il quale si è accettato senza batter ciglio la sua rinuncia a ricandidarsi, senza fermarsi a leggere tra le righe della sua lettera l’atto d’accusa alla nostra insipienza, alla nostra incapacità di valorizzare la politica europea. Non posso non dolermi della spensieratezza con la quale, con Donata, si butta via una delle più promettenti capacità di presenza europea, miracolosamente formatasi in poco tempo. Insomma buttiamo le competenze e rischiamo di andare al confronto elettorale muniti solo di messaggi di circostanza che raccoglieremo all’ultimo momento facendo ricorso alla retorica europea del nostro partito. Eppure, quanto avremmo di “europeo” da dire per affrontare in modo “riformista” la questione settentrionale! Per noi, Nordest, Veneto, le elezioni europee sono molto di più di un secondo turno delle elezioni politiche. Se volessimo finalmente smetterla di inseguire la Lega su una interpretazione piagnona e rivendicazionista della questione settentrionale, della questione del Nordest, della questione veneta, se volessimo capire che la questione settentrionale si risolve soltanto riprendendo quel cammino di modernizzazione dell’intero Paese che una forza riformista dovrebbe perseguire come suo scopo primario, constateremmo che senza un nuovo aggancio all’Europa, alle regole dell’Europa, non ci sarà modernizzazione e riallineamento competitivo economico e culturale del Nord e quindi dell’intera Italia... ...Prediche oggi inutili; ma che mi ostino a pensare debbano essere riprese se e soprattutto poste a base di una nuova e diversa politica, pena l’estinzione del riformismo democratico. Ma ci nasconderemmo, tu ed io, dietro a un dito se non affrontassimo anche altri due temi, che mi riguardano purtroppo direttamente, ma che esigono di essere qui affrontati per evitare equivoci drammatici circa i valori civili del nostro agire politico. Mi debbo riferire alle dichiarazioni ricorrenti, che nessuno ha smentito evidentemente perché non poteva smentire, relative alla «inopportunità» che il Partito democratico si presentasse alle prossime europee con la mia faccia; e questo per aver avuto io un ruolo attivo per la realizzazione all’allargamento della base militare americana a Vicenza e per aver accettato la nomina bipartisan al porto di Venezia. Non ho nulla da dire a mia «discolpa», anzi. Nel Partito democratico che a parole e diciamo di volere, nel partito nuovo «determinato ad affrontare il nodo che sta soffocando il Paese: la mancanza di una democrazia forte, in grado di decidere» (Manifesto dei valori, 1, 6) e che per questo «esige che vengano assicurati la leale collaborazione tra i diversi livelli di governo, la protezione nel tempo delle decisioni istituzionalmente condivise e regole di soluzione dei conflitti che chiariscano i limiti di esercizio della democrazia di prossimità e restituiscano al governo nazionale l’autorevolezza e l’autorità necessarie sulle questioni di prevalente interesse per l’intero Paese» (Manifesto dei valori, 3,4), nel partito capace di esaltare il ruolo delle istituzioni come argine alla prepotenza partitica o personale, in quel partito che vorremmo i due casi dovrebbero, anzi devono, essere segnati a mio merito. A Vicenza su invito del «nostro» governo mi sono assunto l’onere di difendere la credibilità del Paese nei confronti degli Stati Uniti consentendogli di mantenere le parole date da esponenti di governo di centro-destra, l’altro ieri e oggi, ma anche da Prodi, D’Alema, Parisi e per tutti dal presidente Napolitano, e di averlo fatto facendo pagare alla Vicenza che non si accontentava dell’orgoglio del servizio reso all’Italia il minor costo possibile - sfruttando allo scopo le indicazioni e i suggerimenti anche degli amici del partito democratico che oggi sembrano essersene dimenticati - e creando le condizioni per compensazioni significative che farò di tutto affinché non si perdano, nonostante l’atteggiamento masochistico che continua a serpeggiare in parte della città. A Venezia poi ho solo accettato di essere valutato da «esperto di massima e comprovata qualificazione professionale nei settori dell’economia dei trasporti e portuale» come la legge richiede per i presidenti di autorità portuale - una competenza che c’è o non c’è e non è né di destra né di sinistra -. È vero che la proposta è venuta da Galan, ma è altrettanto vero che l’ho accettata solo dopo esserne stato espressamente autorizzato da Prodi e dal ministro Bianchi (salvo suoi ripensamenti dell’ultima ora poco consoni a un vero ministro) e che la stessa era stata formulata per risolvere il pasticcio prodottosi per l’incapacità delle amministrazioni locali di trovare una diversa soluzione condivisa con la Regione... .....Il rispetto delle regole e dei ruoli istituzionali, quel tratto civile che distingue le società democratiche serie dalle società cialtrone e che è essenziale per arrivare finalmente a disporre di una democrazia efficiente e, in quanto tale e giusta, è o non è un valore che il Pd Veneto fa proprio? La domanda non è banale e non può sopportare le risposte ambigue fatte trapelare in questi giorni. Legittimerebbe, altrimenti, in molti domande di fondo sui valori che spiegano il nostro stare assieme dentro il Pd del Veneto.

*********

la Nuova Venezia — 16 aprile 2009
Lo strappo di Costa «Bacchetta» il Pd e rinuncia all'Europa

VENEZIA. Strappo tra Costa e il Pd, e addio al seggio in Europa. Con una lettera al segretario regionale del Pd, Giaretta, il deputato europeo uscente e presidente dell’Autorità portuale di Venezia Paolo Costa apre la polemica con il suo partito che l’aveva escluso dalle liste per le Europee di giugno e, giocando d’anticipo, annuncia di non volersi più ricandidare. Insomma, torna la conflittualità permanente tra Paolo Costa e il centrosinistra. Quali saranno le conseguenze della lettera con cui ritira la disponibilità a candidarsi alle Europee? E’ solo l’amara presa d’atto del fuoco di sbarramento del Pd veneto o l’apertura di un altro capitolo del braccio di ferro? Bisognerà attendere quantomeno fino a dopo le elezioni, quando sapremo che ne sarà del centrosinistra e del Pd. Intanto registriamo l’ennesimo strappo.
Ma tutto è iniziato nel 2000 quando i Ds opponevano Michele Vianello alla poltrona di sindaco. Allora fu Massimo Cacciari, l’avversario di oggi, a sostenerlo. Salvo pentirsene poco dopo. Il tormentato rapporto tra Costa e il centrosinistra torna a diventare incandescente nel 2004, quando l’allora sindaco vuole ricandidarsi alle Europee. In tal modo l’anno dopo avrebbe potuto ricandidarsi anche a sindaco. Ma non fu così e puntando all’Europa incrinò il rapporto con Ds e Margherita. Di fatto fu un’uscita anticipata da Ca’Farsetti, dove nel 2005 sostenne Felice Casson in contrasto con la Margherita che presentò Cacciari, che venne eletto. Ma non finisce qui. Perché alle Primarie del Pd del 14 ottobre 2007 torna all’ordine del giorno il caso Costa. E’ candidato nella lista di Rosy Bindi, ma i bindiani veneziani ne farebbero volentieri a meno. Alla fine passa la sua candidatura. Ma dopo un anno Costa va alla presidenza dell’Autorità portuale su proposta del governatore Giancarlo Galan contro il parere di Cacciari e Zoggia. E’ vero che era stato Prodi ad indicarlo, prima di andarsene da Palazzo Chigi, ma la nomina l’ha poi fatta Berlusconi dopo che l’esecutivo di Prodi l’aveva nominato commissario per il Dal Molin di Vicenza. Una poltrona scomoda che non l’ha certo aiutato a renderlo popolare nel centrosinistra. Il resto è cronaca di ieri. Mentre Costa invia la lettera che pubblichiamo, a Roma la segreteria nazionale del Pd ratifica le candidature per le Europee. Ci saranno Flavio Zanonato (sindaco di Padova), Laura Fincato (Venezia), Franco Frigo (Padova) e Gabriele Frigato (Rovigo). Nessun candidato di Vicenza, Verona, Belluno e Treviso. (n.p.)

Etichette:

5.4.09

Paolo Giacon: Veneto Cultura, carrozzone inutile

la Nuova Venezia — 05 aprile 2009

La società Veneto Cultura per il Pd inutile doppione moltiplicatore di poltrone

«No a Veneto cultura: sarebbe l’ennesimo CdA da mantenere». Lo dice Paolo Giacon dell’esecutivo del Partito Democratico Veneto.

«Se chiedessimo ai veneti di indicarci il nome dell’attuale assessore regionale alla Cultura, molti si troverebbero in evidente imbarazzo, senza essere in grado di indicare un nome - afferma Paolo Giacon - Pochi sanno, infatti, che lo stesso Presidente della Regione ha deciso di tenere per sé una delle deleghe chiave relative alla governance del nostro territorio. L’ultima proposta dell’“assessore” Galan, lanciata a Belluno, è quella di creare una nuova società regionale, provvisoriamente denominata Veneto Cultura, in analogia con le tante società regionali come Veneto Strade, Veneto Agricoltura, Veneto Innovazione, Veneto Sviluppo e così via. Ormai siamo quasi arrivati ad avere una società pubblica per ogni competenza regionale, moltiplicando incarichi, consulenze, consigli di amministrazione. Veneto Cultura non sarebbe altro che l’ennesimo consiglio di amministrazione con annessa struttura amministrativa. Un progetto che ha già fatto venire l’acquolina in bocca alla maggioranza di centrodestra, in vista dell’ennesima spartizione di incarichi, gettoni e poltrone».

«Prima di ipotizzare Veneto Cultura cominciamo a impostare una vera politica della cultura in questa regione - esorta Andrea Colasio, responsabile Politiche culturale del PD veneto - è infatti un paradosso che il Veneto sia la prima regione italiana per turismo e una delle ultime per erogazione di risorse al settore. Negli ultimi 10 anni è mancata una vera regia strategica in un ambito così importante anche per la nostra economia, con allocazione di risorse ai livelli di sussistenza e nessuna volontà di confrontarsi con le nuove sfide, dall’audiovisivo ai nuovi linguaggi. Mi fa un po’ sorridere che oggi si delineino nuovi organismi in assenza di una qualsiasi progettualità».

«La cultura rappresenta uno degli asset più preziosi del modello di sviluppo sociale ed economico della nostra comunità - continua Giacon - Proprio per questo ruolo centrale avrebbe bisogno di un assessore a tempo pieno, non di una sovrastruttura esterna. Il Partito Democratico è contrario a questo modo di gestire la cultura, l’arte e le grandi mostre, riducendo progettazione e pianificazione agli equilibri instabili di un consiglio di amministrazione. La promozione della cultura richiederebbe invece una maggiore collaborazione tra assessorati comunali, provinciali e Regione, sulla base di una programmazione condivisa, della valorizzazione del talento veneto e dell’inserimento del Veneto nei grandi circuiti internazionali dell’arte e della cultura. La nostra regione può e deve respirare di più in campo artistico e culturale e per fare questo ha bisogno di sinergie, capitale umano preparato: non di un manuale Cencelli e di un assessore part-time».

«L’idea di Galan è ad alto rischio di burocratizzazione - spiega Giacon - Il progetto di Veneto Cultura è ancora confuso e non è stato condiviso con gli operatori del settore: il rischio è di creare un ente in grado di fare le stesse cose di una struttura regionale efficiente e preparata. Perché non valorizzare direttamente le professionalità interne alla tecnostruttura regionale? No dunque, a Veneto Cultura: piuttosto che un nuovo consiglio di amministrazione scadente, meglio un assessore di qualità».

Etichette: , ,

22.2.09

Paolo Giaretta: il PD Veneto approva la soluzione-Franceschini

la Nuova Venezia — 22 febbraio 2009
Il Veneto si schiera con il segretario

ROMA. Il Veneto sta con Franceschini: i delegati del Pd partiti ieri in treno e in macchina verso l’assemlea nazionale di Roma hanno ampiamente apprezzato sia la relazione che l’elezione del giovane vice di Veltroni.
Bene l’attenzione ai territori e il rinnovamento della classe dirigente, ma in ottobre sarà congresso vero: è l’opinione che circola tra i delegati veneti. «
Ora rimbocchiamoci le maniche per le elezioni di giugno» è l’appello di tutti. E il segretario Paolo Giaretta applaude il giovane ferrarese neo-segretario: «Un grande discorso, da vero leader. Ci sono parole chiare su temi difficili». «Franceschini? Non è per nulla un signor nessuno. Anzi». Paolo Giaretta ne è convinto. Il neo-segretario nazionale del Pd può fare bene, e può ridare entusiasmo al territorio. «All’assemblea nazionale c’è stata grande consapevolezza del momento difficile che il partito sta attraversando - sottolinea il segretario dei democratici veneti al ritorno dalla trasferta nella capitale - E’ riemerso forte l’orgoglio di partito, l’idea che il progetto del Pd è troppo bello per farlo affondare per debolezza o viltà». Adesso però tocca passare dalle parole ai fatti». Due sono gli annunci che hanno colpito il senatore padovano: «La necessità di concentrarsi sui temi che riguardano le condizioni di vita dei cittadini e la forte scelta di un partito che cammina sulle gambe dei territori e non su quelle della nomenclatura» conclude Paolo Giaretta.
Sulla stessa linea anche il segretario regionale dei «Giovani democratici», il rodigino Filippo Silvestri: «Oggi hanno dominato due parole: responsabilità e fiducia - spiega - Franceschini è un leader autorevole e credibile: ho apprezzato il suo richiamo a costruire un’opposizione non populista ma nello stesso tempo autorevole». E il ricambio generazionale? «Noi giovani siamo chiamati a essere i garanti e i protagonisti del rinnovamento della proposta politica del Pd».
Spera in un’«opposizione dura per radicare e far crescere il partito» il veneziano Andrea Martella: «Questo progetto è oggi ancora più attuale rispetto a 15 mesi fa - sottolinea - Ci sono stati dei limiti, ma anche ampie opportunità. Bene il deciso rinnovamento prospettato da Franceschini. Adesso ci concentreremo sugli appuntamenti elettorali. E poi in ottobre ci sarà il congresso in cui si confronteranno linee politiche e leadership».
«In questo momento difficile e con le scadenze elettorali alle porte non si poteva fare in modo diverso» aggiunge Giorgio Isetta, democratico di Montebelluna, che alle ultime primarie ha sposato la candidatura di Enrico Letta. «Spero che questo rinnovamento abbia delle ripercussioni anche a livello locale, soprattutto nel trevigiano dove serve più entusiasmo». Di Franceschini ha apprezzato le indicazioni chiare su temi importanti, ma il congresso di ottobre dovrà essere un confronto vero: «Bisogna sciogliere tutti i nodi di linea politica che ci siamo portati dietro finora».
All’assemblea nazionale alla fiera di Roma ha partecipato anche Piero Ruzzante, ex deputato padovano e oggi a capo della segreteria politica del gruppo parlamentare del Pd: «Ha prevalso il senso di responsabilità - spiega - Comprendo la spinta per il rinnovamento di chi chiedeva delle primarie subito. Ma credo che eleggere Franceschini sia stata la scelta migliore: adesso è il momento di rimboccarsi le maniche per le elezioni di giugno». I punti forti del neo-segretario? «Ho apprezzato le sue parole sulla laicità dello stato. E la netta presa di posizione sul testamento biologico - riflette Ruzzante - E poi ha preso una posizione chiara sulla collocazione europea del Pd: non può che stare nell’area del socialismo». E il congresso di ottobre? «Un confronto non solo sui nomi, ma soprattutto sulle linee politiche».
(Claudio Malfitano)

Etichette:

19.2.09

Cacciari, Zoggia, Carpinetti: dopo le dimissioni di Veltroni, il punto della situazione

la Nuova Venezia — 19 febbraio 2009

Cacciari stringe i tempi «Congresso immediato o tracollo alle Europee»


VENEZIA. «Ci vuole un vero segretario prima delle Europee. E un congresso straordinario subito». Ancora una volta è Massimo Cacciari, il sindaco filosofo tra i fondatori del Pd, a cantare fuori del coro. La linea che sembra ormai maggioritaria, quella di convocare il congresso a ottobre lasciando nel frattempo le redini del partito al vicesegretario Dario Franceschini non gli piace. «Avrebbe solo un defatigante ruolo di mediazione tra le oligarchie, ci porterebbe a un nuovo tracollo alle Europee e al rompete le file», dice. Congresso subito e facce nuove, confronto sui programmi e non sui posti. Altrimenti, ammonisce Cacciari, il rischio che ognuno vada per la sua strada si fa concreto. Addio partito Democratico. E addio al progetto di costituire una vera forza riformista moderna, antagonista della destra berlusconiana.

Che fare? Secondo Cacciari l’unica strada è quella di girare pagina alla svelta, di recuperare il tempo perduto. Il nuovo leader dovrà essere un giovane sotto i cinquant’anni («Non Cacciari, Cacciari è vecchio», scherza), «un Chiamparino con una dimensione internazionale». Ma è proprio il sindaco di Torino, stavolta ad andare in direzione opposta a quella indicata da Cacciari. «La strada Franceschini è percorribile», dice, «a patto che sia affiancato da un gruppo dirigente rinnovato».

Eccolo il vero nodo del Pd. Chi sarà il motore del rinnovamento? «Una nuova classe dirigente non si costruisce a tavolino», dice Cacciari. Ma la base è stanca e sfiduciata, e qualche segnale lo vuole vedere. Ieri sera si sono riuniti numerosi circoli del Pd. Laura Fincato, ex deputato della Margherita è assessore alla Pianificazione della giunta Cacciari. Lei, ex viceministro degli Esteri ai tempi del Psi di De Michelis, è stata più volte corteggiata dal centrodestra. «Ho sempre detto di no, anche quando non mi hanno più fatto deputato», sorride, «dunque è una balla che quelli della Margherita siano pronti ad andarsene con l’Udc. Lo avrebbero già fatto. Adesso si deve lavorare». L’idea del congresso subito però non la convince. «Un congresso fatto da chi? Dai 70 mila tesserati della Campania e non da quelli che non si sono ancora iscritti? E poi non ci sono i tempi, a giugno si vota».

Si vota anche per la Provincia, sempre più a rischio per il centrosinistra dopo la sconfitta in Sardegna e il crollo del Pd. Il presidente uscente Davide Zoggia punta sulla «continuità del buongoverno» e si dice fiducioso che adesso il partito si darà una scossa. Sicuramente non c’entra con le dimissioni di Veltroni, fatto sta che Zoggia si è preso l’influenza. E vede con preoccupazione la possibilità del «tutti contro tutti» a ridosso della campagna elettorale. «Primarie e congresso a ridosso delle Europee non mi sembrano praticabili», dice, «bisogna recuperare lo spirito costituente del 2007 e un profilo di partito riformista. Franceschini per questo va bene».

Intanto si riuniscono i segretari regionali e i coordinatori provinciali, sabato a Roma l’assemblea dei 3 mila costituenti. Si dovrà decidere sull’emergenza che sta sfasciando il partito.

«Occorre fare il congresso, approvare una linea programmatica e diventare più credibili», dice il sindaco di Mira Michele Carpinetti, «stando vicini alla gente, con nuovi gruppi dirigenti slegati dagli incarichi».

Intanto alle porte ci sono le Europee. E il Veneto stavolta rischia: con le percentuali della Sardegna potrebbe non fare nemmeno un parlamentare».

Etichette:

10.1.09

Coordinamento PD delle regioni del Nord

la Nuova Venezia — 10 gennaio 2009
Il Pd veneto vuole trattenere il 6 per cento di tutte le tasse

Etichette:

4.1.09

A partire dalla campagna di Davide Zoggia, le novità 2009 per il PD

la Nuova Venezia — 3 gennaio 2009
Assalto Pd alle Province
Veltroni a Mestre per ricandidare Zoggia

PADOVA. Parte dalla ricandidatura ufficiale di Davide Zoggia alla guida della Provincia di Venezia la campagna elettorale del Pd. L’evento, in programma il 16 gennaio a Mestre, sarà bagnato dalla benedizione del leader Walter Veltroni che in giornata farà anche un salto a Vicenza dove inaugurerà una nuova sede locale del partito. Un passaggio beneaugurante nella città che l’anno scorso, con l’elezione di Achille Variati, ha regalato al Pd una delle rare soddisfazioni del 2008. Confermato dal partito anche l’altro presidente uscente, il bellunese Sergio Reolon, mentre a Padova, dove il Pd ieri ha rilanciato la soluzione delle primarie, prende piede la candidatura dell’assessore comunale alla Mobilità, Ivo Rossi, in tandem con il sindaco Flavio Zanonato di nuovo in corsa per palazzo Moroni. A Rovigo, anche il candidato alla successione di Federico Saccardin, che si avvia a concludere il secondo mandato, sarà affidato alle consultazioni popolari (indicativamente l’8 febbraio per tutti). Più complessa la situazione nel Veronese, storica roccaforte del centrodestra, dove più che un candidato servirà un kamikaze.

Ma il 2009 non sarà solo l’anno delle elezioni, all’orizzonte, anche le sfide interne, come i congressi, regionale e nazionale, che in autunno tracceranno i nuovi assetti del partito. Tra gli appuntamenti cardine dell’elaborazione programmatica sabato prossimo a Milano la prima riunione del coordinamento del Nord: «L’incontro sarà incentrato sulla crisi economica e sul rilancio di iniziative come l’Irpef ai Comuni - sostiene il segretario regionale Paolo Giaretta - del resto, le condizioni economiche degli enti locali, nelle cui casse transitano due terzi degli investimenti pubblici, rappresentano una delle grandi emergenze del Paese. Non voglio polemizzare con Calderoli che si è rivelato un interlocutore attento, ma quello del federalismo è un percorso lungo, quindi non c’è motivo per non cominciare lasciando il 20% dell’Irpef ai Comuni».
Parallelamente, prosegue la battaglia per “alleggerire” il patto di stabilità: «Chiediamo di togliere gli investimenti dal patto - spiega Giaretta - solo in questo modo i Comuni potranno tornare a investire risorse che hanno ma che non possono toccare. Un esempio su tutti: basterebbero 30 milioni di euro, un quinto del regalo fatto a Catania, per consentire di avviare il progetto di messa in sicurezza delle scuole».
Sempre in vista del congresso, il Veneto ospiterà due conferenze programmatiche nazionali: quella sui temi di giustizia e sicurezza, coordinata dai parlamentari Alessandro Naccarato e Felice Casson, si articolerà in due momenti, il 30 e 31 gennaio a Venezia e Padova; quella sul welfare, coordinata dal senatore Tiziano Treu, si terrà il 6 febbraio.
Sempre sul fronte nazionale, il primo marzo a Padova, in programma il forum programmatico delle regioni del Nord. Le iniziative nazionali saranno intervallate da alcuni momenti di rilevanza regionale: il 14 febbraio si terrà infatti la prima conferenza dei circoli veneti del Pd mentre, dopo le amministrative, le province proporranno sette eventi di confronto tematico aperti alla cittadinanza.
- Simonetta Zanetti

Etichette:

3.1.09

Paolo Giaretta: PD Veneto gli appuntamenti del 2009

Il Gazzettino Sabato 3 Gennaio 2009

Padova - Ha portato a termine la propria fase costituente, approvando lo Statuto regionale e il Manifesto dei valori. Oltre al radicamento territoriale, nell’anno appena concluso il Partito democratico veneto ha puntato sulla formazione dei quadri dirigenti istituendo la Scuola di politica.
Le elezioni politiche di primavera hanno confermato, ha evidenziato ieri il segretario regionale Paolo Giaretta, «che nella nostra regione lo schieramento di centrosinistra è ancora minoritario, ma le concomitanti amministrative hanno determinato risultati importanti, come la vittoria di Achille Variati a Vicenza, che ha portato a quattro su sette i capoluoghi di provincia governati dal centrosinistra. Nel 2008 è iniziato il tesseramento che sta dando esiti soddisfacenti e che continuerà con entusiasmo; la costituzione dei quadri del movimento giovanile, con le primarie di novembre, ha chiuso un anno dedicato alla strutturazione del partito e al suo radicamento».
Il 2009 sarà altrettanto impegnativo per molteplici sfide: quelle esterne, leggi le elezioni amministrative ed europee in primavera, e quelle interne, ovvero i congressi regionale e nazionale in autunno, che tracceranno i nuovi assetti del partito. Le amministrative saranno precedute da elezioni primarie per la selezione dei candidati, che si terranno, in larga maggioranza, domenica 8 febbraio.
In preparazione dei congressi di ottobre si aprirà una fase di elaborazione programmatica che vedrà il Veneto al centro del dibattito politico. Qui sono previste due conferenze programmatiche nazionali: quella sui temi della giustizia e sicurezza coordinata dai parlamentari Alessandro Naccarato e Felice Casson, che si articolerà in due momenti (il 30 gennaio a Venezia e il 31 gennaio a Padova) e quella sul welfare coordinata dal senatore Tiziano Treu il 6 febbraio.
Altro appuntamento importante sarà il forum delle regioni del Nord, che avrà luogo a Padova il 1° marzo.

Nel 2009 dunque il Veneto, che sarà teatro di molti eventi significativi di carattere nazionale, si troverà ad accogliere i grandi protagonisti della vita politica, e non solo, del Paese. A inaugurare questo ciclo sarà Walter Veltroni, atteso il 16 gennaio a Mestre per il lancio della candidatura di Davide Zoggia alla presidenza della Provincia di Venezia.

Con il nuovo anno, il partito veneto intensificherà inoltre la sua comunicazione: assieme al gruppo consigliare verrà pubblicata e distribuita già da questo mese la newsletter "Idee democratiche", mentre ha visto la luce in questi giorni il primo quaderno della collana "Il pensiero democratico", curata da due giovani studiosi, Paolo Giacon e Michele Fiorillo.

F.Capp.

Etichette:

30.11.08

Una lista territoriale alleata del PD in Veneto: per una "lega democratica" contro il Carroccio

Il Gazzettino 30 novembre 2008

«In Veneto deve nascere una Lega democratica alleata del Pd»

Il senatore Giorgio Tonini: «Al Nord possiamo tenere testa al Pdl ma per vincere ci serve un partner con il peso del Carroccio»

Roma - NOSTRA REDAZIONE

Per battere il «doppio» del centrodestra (Pdl e Lega), il Pd ha bisogno di un altro giocatore al Nord, una specie di «Lega democratica». È l'opinione del senatore Giorgio Tonini, membro della direzione nazionale del Pd e responsabile dell'area Studi e Ricerca, considerato «vicinissimo» al leader Walter Veltroni.

Da Chiamparino, a Cacciari, a Dellai in tanti invocano il «partito territoriale». Come rispondono i vertici del Pd?

«La discussione è aperta, a partire da un dato sotto gli occhi di tutti: al Nord esiste un problema di consenso per il Pd. Ne siamo ben consapevoli. Come siamo ben consapevoli del fatto che, a livello globale, si sta chiudendo una fase trentennale caratterizzata dall'egemonia del pensiero neoconservatore. Lo dimostrano la radicalità della crisi innescata da questa egemonia e la vittoria di Obama negli Stati Uniti. È quindi tempo di fare politica e di scommettere sull'innovazione, anche organizzativa».

Considerate la territorialità una risorsa o un limite?

«È una condizione indispensabile per affermare i nostri valori. Gli obiettivi programmatici acquistano forza e significato solo con il radicamento nella società e nel territorio».

Al dunque, è pensabile «una struttura autonoma da Roma» con ampia facoltà di decidere?

«Bisogna riflettere, ma forse può aiutarci l'esperienza trentina, che conosco in presa diretta. All'inizio pensavamo di costruire un partito autonomo con nome e simbolo propri che si confederasse con il partito nazionale, tant'è vero che alle primarie dell'anno scorso abbiamo votato solo per il segretario nazionale. Poi si è scelta una strada diversa: affiancare al Pd "autonomista" che abbiamo fatto nascere in Trentino un partito tipicamente territoriale come l'"Unione per il Trentino" di Dellai».

Lo ritiene uno schema valido per tutto il Nord?

«Se - e sottolineo il se - dovessimo trarre un insegnamento dal caso di Trento, il modello da seguire sarebbe quello di una partita di tennis col "doppio". Al Nord il Pd ha che fare, al di là della rete, con due avversari: il Pdl e la Lega. Con il Pdl siamo assolutamente competitivi, ma non possiamo battere da soli due tennisti. A Trento è sceso in campo il "doppio" e abbiamo vinto».

Vi aspettate un bel «dritto» dal partito di Chiamparino e Cacciari?

«Nei loro interventi vedo la giusta preoccupazione per il radicamento territoriale, ma a volte sembra di capire che tutto si risolverebbe spaccando il Pd in tre parti: Nord, Centro e Sud. Non mi pare una buona idea, soprattutto perché il Nord è una realtà plurale e si rischia di sostituire al centralismo di Roma quello di Milano. Secondo me dovremmo innanzitutto costituire un coordinamento del Nord, come luogo nel quale discutere con il partito nazionale, e poi, visto che non incombono elezioni generali, provare a sperimentare soluzioni che partano dal basso. In alcune realtà può bastare una più marcata autonomia del Pd regionale. Per esempio in Piemonte: il Pd a Torino sfiora da solo la maggioranza assoluta. Altrove, e forse è il caso del Veneto, si potrebbe seguire il modello del Trentino e vedere se è possibile trasformare l'arcipelago di liste civiche ed esperienze territoriali in un embrione di "Lega democratica". La discussione va portata avanti senza chiusure da parte di Roma, ma anche senza innamorarsi di formule solo apparentemente risolutive».

Allora perché vietare ai democratici lombardi di chiamarsi «Pd della Lombardia»?

«Se i garanti hanno detto di no, è forse perché non potevano dire di sì. Se servono modifiche statutarie che rendano possibile l'accentuazione dell'autonomia, ben vengano. Peraltro lo Statuto del Pd prevede addirittura "patti confederali" tra il partito nazionale e partiti con nomi e simboli diversi».

«Conquistare» il Nord vuol dire soprattutto parlare ai ceti moderati: serve guardare al centro, all'Udc?

«L'attenzione a possibili alleanze verso il centro è utile, ma sarebbe sbagliato credere che il gioco delle alleanze possa esonerare il Pd dall'obbligo dell'innovazione».

Andrea Bianchi

Etichette:

9.11.08

Paolo Giaretta: novità dall'assemblea regionale dell'8 novembre

la Nuova Venezia — 9 novembre 2008

Il Pd va all'attacco della Lega

PADOVA. L’aria è da sabato pomeriggio: partitella amichevole, con i goleador a riposo. Non c’è Cacciari , non c’è Variati , non c’è Zanonato, tre figure di riferimento del Pd non solo veneto. Tre vincenti. E non si dirà che il Pd vince a man bassa dappertutto. In compenso doveva chiudere i lavori Dario Franceschini , che invece non s’è visto. Ma ci sono parlamentari, consiglieri regionali, sindaci, assessori. In tutto 196 persone, addirittura 8 sopra il numero legale. Dunque si deve parlare di operazione riuscita: l’assemblea costituente del Pd veneto vota il nuovo statuto, Paolo Giaretta supera lo scoraggiamento (se invece era una fronda, non ha quagliato) e resta segretario, confermando che d’ora in avanti questo sarà il suo primo lavoro. Attacca Galan. Getta un ponte verso l’Udc. Addirittura - udite udite - lancia uno slogan da togliere il sonno alla Lega: «Riprendiamoci il Leone di San Marco». 
Ma chi osa ridere pensi che la Serenissima era multietnica, multiculturale e multireligiosa. Altro che Blocco Padano. Non a caso c’era in circolazione un Moro di Venezia (o forse era «abbronzato»?) molto prima di Barak Obama .  Certo che ci vuole del masochismo per organizzare un’assemblea a Padova est, in contemporanea con una partita internazionale di rugby a Padova ovest. La città è paralizzata da gente che va nella direzione opposta. Ma anche Berlusconi ha sbagliato capitale ed è andato a Mosca quando la notizia era a Washington. 
Dunque. Uno che forse ha sbagliato uscita dell’autostrada è Federico Saccardin , presidente della provincia di Rovigo: «Devo essere l’unico appassionato di rugby qua dentro». Ecco Walter Vanni : «Ho detto a Galan che gli conviene candidarsi a sindaco di Venezia». E lui? «Si è messo a ridere. Ma nei panni del centrosinistra non riderei tanto: quando la Dc perse Venezia nel 1975, i dorotei scomparvero dalla scena nazionale. Vale anche l’inverso: chi prende Venezia diventa leader nazionale». Arcangelo Boldrin, già presidente di Veneto Sviluppo: «Le multiutilities sono una grossa occasione ma la stiamo perdendo, come è accaduto con le banche». Maurizio Fistarol : «Siamo un partito che ha perso le elezioni, non è semplice ripartire. Oggi è la tappa di un percorso. Ci manca il rapporto con la società veneta. Abbiamo fatto il Pd per questo: certo che se non serve allo scopo...» Massimo Calearo, reduce dal convegno sul federalismo di Asolo dove è stato folgorato da Massimo D’Alema : «E’ un uomo con le idee molto chiare, illuminato e determinato. Con Fini ha dimostrato una visione moderna e trasversale». E il Pd? «Siamo in difficoltà ma abbiamo sempre l’uomo bianco che lavora per noi». Non dica che l’uomo bianco è... «E’ Berlusconi , sì. Ricordate che aveva promesso aiuti alle imprese? Andate a vedere a chi li sta dando: ad Alitalia, alle banche, ai comuni di Catania, di Roma».   Mariarosa Barazza, giovane avvocato, sindaco di Cappella Maggiore, comune trevigiano di 4.600 abitanti strappato alla Lega. Una vincente nel suo piccolo: «Bisogna uscire dal torpore. Il nostro elettorato non ha riferimenti né nazionali, né regionali. Ma la situazione nazionale non può diventare una scusa». Franco Frigo: «Siamo un partito in costruzione, che non ha ancora trovato un assestamento a livello di leadership. E ruoli e assegnazioni, in vista delle amministrative». Tiziano Treu: «Dopo il 25 ottobre il tono si sta alzando. Adesso il ministro dell’economia dovrà per forza cambiare linea, intervenendo a favore dei salari e delle imprese, come chiediamo noi». Ivo Rossi, con le stampelle per un infortunio, ma pronto a lanciarle contro il nemico come Enrico Toti: « Galan è in difficoltà con la sua maggioranza. Ed è in palese declino. Sta a noi approfittarne. Dobbiamo crederci».  Questo lo spaccato della sala, al centro Papa Luciani, quando Paolo Giaretta legge la relazione. «E’ inutile che Galan - fulminiamo un passaggio - si dissoci dal governo sugli aiuti alla Sicilia. Lui non è un coltivatore di rose che a tempo perso fa il commentatore politico, ma il capo di una maggioranza che a quel governo fa riferimento. Una maggioranza che nel Veneto ha perso l’appuntamento delle multiutilities, del polo fieristico, della ricerca e ciò nonostante ci impartisce lezioni. E’ ora di finirla».  Il tiro a Galan continua nel dibattito, per bocca di Gianni Gallo. Di politecnico veneto parla Alessandro Naccarato . Si arriva al voto senza scossoni, che invece potrebbero esserci quando il Pd sceglierà i candidati delle amministrative con le primarie. Appuntamento a gennaio. 
Renzo Mazzaro

Etichette:

17.10.08

Al via la Scuola Regionale del PD Veneto

la Nuova Venezia — 17 ottobre 2008

Scuola di partito con stage-premio

VENEZIA. Prima la scuola (con l’obbligo di frequenza ad almeno il 75% delle lezioni) e poi anche lo stage. Che vuol dire: un periodo trascorso fianco a fianco con il sindaco o un parlamentare o ancora un assessore o un consigliere regionale, per imparare a “farla” la politica. La pratica dopo la teoria. 

«Vogliamo formare dei pensatori ma anche dei muratori della politica», spiega Andrea Ferrazzi, vicepresidente della Provincia di Venezia e responsabile regionale del Pd per la formazione. «Questi ragazzi - aggiunge Ferrazzi - potranno così toccare con mano come si fa politica nel territorio». La futura classe dirigente del Pd passerà da qui. 

Sarà proprio Ferrazzi, domani e domenica ad Asiago, ad aprire i lavori della neonata Scuola veneta politica del Pd: 125 gli iscritti (ne erano previsti 70), cento hanno meno di 39 anni, il 55% ne ha meno di trenta, e ci sono anche due diciottenni.  

«E’ la dimostrazione - dice Ferrazzi - che i giovani non sono distanti dalla politica, ma che molto dipende da cosa viene loro offerto. La scuola non sarà il luogo delle scaramucce sterili, ma un posto dove far lavorare il cervello». Nella classe uomini e donne saranno rappresentati in misura quasi uguale. 

Il percorso che parte dal weekend di Asiago si snoderà attraverso una serie di otto seminari che si terranno ogni sabato mattina a Padova nella sede del partito e saranno dedicati ai principali temi di attualità, sempre con due o più relatori, per avere punti di vista differenti sui nodi politici da affrontare: dal welfare all’immigrazione, dalla sicurezza al federalismo fiscale, all’ambiente e territorio. 

Tra i relatori esponenti di spicco del Pd ma anche tanti docenti ed esperti di area riformista. Ci saranno leader nazionali come Pier Luigi Bersani e Rosy Bindi, sindaci come Flavio Zanonato (Padova) o Achille Variati (Vicenza) e sociologi o economisti come Enzo Pace, Stefano Micelli, Aldo Bonomi, o Daniele Marini. A consegnare gli attestati di partecipazione ai 125 studenti sarà il segretario nazionale Walter Veltroni, il 21 marzo a Forte Rossarol, a Mestre

E’ il primo giorno di primavera, e non è stato scelto a caso. «La scuola sarà un’occasione per riflettere e imparare ad essere efficaci politicamente - dice Ferrazzi -, ma anche per creare una comunità di persone». Scuola per ricchi o aperta a tutti? «Gli studenti pagano solo 50 euro per tutto l’anno - aggiunge ancora - il resto lo mettiamo noi, anche per ciò che riguarda i testi. E’ un grande investimento che abbiamo deciso di fare sul territorio e sui giovani, che saranno i veri protagonisti di questa iniziativa». 

Il Pd riscopre la vecchia scuola per dirigenti di Frattocchie del Pci? «Io al Pci non sono nemmeno mai stato iscritto - risponde Ferrazzi - ma una volta ogni grande partito aveva una scuola di formazione. E anche oggi sono necessarie». (f.f.)

Etichette:

16.10.08

Dimissioni di Paolo Giaretta: i giovani chiedono rinnovamento vero

la Nuova Venezia — 16 ottobre 2008
Dimissioni di Giaretta, i giovani presentano il conto



VENEZIA. La parola ai giovani. Dopo l’annuncio delle prossime dimissioni del segretario regionale del Pd Paolo Giaretta, tra le nuove leve, si registra una reazione a catena. Di proposte, idee, ma anche di lamentele. 

I ragazzi che un anno fa hanno riposto la loro fiducia nel progetto del Pd, insorgono contro un partito che - ritengono - ha traghettato il vecchio nel nuovo. L’insoddisfazione si traduce in una valanga di lettere a Giaretta, neanche a muoverle fosse una regia comune. Decine gli interventi di privati cittadini, elettori e simpatizzanti. Denunciano la mancanza di un vero rinnovamento. 

«La costituzione del partito è avvenuta con un’operazione molto di vertice e poco sentita nel territorio» sostiene Francesca Astorino 30 anni, da Vicenza. Per questo serve «Un’operazione che passa per un rinnovamento di idee e uomini «giovani che non hanno militato né nella Dc né nel Pci e perciò lontani da logiche spartitorie» spiega. Da Giuseppe Esposito di Treviso arriva l’appello ad evitare: «Di adagiarsi nel ruolo di opposizione professionale e disperatamente perdente - sostiene - per questo servono volti nuovi e messaggio chiari, l’elettorato richiede un cambio di marcia politica». Su tutti l’esempio di Treviso e della Lombardia, che ha portato all’elezione di giovani rappresentanti anche se «le oligarchie avevano altri progetti». «Dopo una buona partenza mi sembra il Pd rischi di non riuscire a mantenere quanto promesso in termini di vero rinnovamento» scrive Carlo Stagni da Vicenza. Chiede coraggio e rinnovamento e rotture con il passato «non solo teoriche ma anche fisiche». «La cosa che mi piacerebbe vedere in occasione del rinnovo della carica sarebbe un gesto di coraggio, uno scatto di idealità in questo Pd in cui è molto difficile riconoscersi» scrive Adriano Battagin, sempre da Vicenza. Il problema è quello delle logiche di partito che prevalgono su «capacità, competenza e intelligenza politica». «Basta con i politici di professione - sostiene Gian Marco Zulian da san Stino di Livenza - facciamo come Treviso dove è stato eletto uno che nessuno si aspettava, e come la Lombardia». «Il problema non sta nelle idee e nei valori - sostiene Diletta Mozzato da Venezia - ma nella credibilità, nella fiducia e nella presa sulle persone. Dopo le primarie di ottobre i vertici hanno serrato le fila preoccupandosi quasi esclusivamente di voti, cariche e numeri con un’enorme distanza rispetto ai cittadini». 

Il timore dunque è che anche a novembre l’assemblea, per la successione di Giaretta si limiti a ratificare decisioni prese altrove». Il Pd guarda quindi con speranza al segretario di Treviso Enrico Quarello e al lombardo Maurizio Martina. Dà i voti e chiede risposte. Quella di novembre è l’ultima chiamata utile prima delle amministrative 2009. Certo che se questi sono i simpatizzanti... 

(s.zan.)

*******
UPDATE: la "risposta" di alcuni giovani, tra cui Paolo Giacon, il capo della segreteria politica dello stesso Giaretta, qui sul sito del PD Veneto
*******

la Nuova Venezia — 14 ottobre 2008

Giaretta spiazza il Pd veneto

VENEZIA. Il Pd veneto ha il mal di pancia. A provocarlo, non un subdolo virus di stagione quanto le - per ora solo annunciate - dimissioni del segretario veneto del partito, nonché senatore Paolo Giaretta

«Quello che dovevo dire l’ho detto - taglia corto l’interessato - ho posto un problema di prospettiva e di passaggio del testimone, ma non ho ancora rassegnato le dimissioni e fino al 9 novembre non ci saranno altre novità». Con la convocazione dell’assemblea costituente, terminerà infatti ufficialmente la costituzione del nuovo partito. 

Ma la bomba è ormai lanciata e all’interno del partito si registrano - rigorosamente a microfoni spenti - i primi mugugni: nessuno se l’aspettava, dicono, non prima di aver pronto un valido ricambio e, soprattutto, non in vista di un autunno carico di appuntamenti in prospettiva di una tornata elettorale importante come quella del 2009 con amministrative ed europee. Non solo: l’annuncio mediatico costituisce un atteggiamento irrituale per il centrosinistra, al punto che qualcuno sospetta che con le sue dichiarazioni Giaretta abbia semplicemente voluto suonare la sveglia. 

Si pone quindi il problema di trovare una figura che non sia di passaggio, un segretario pronto a “consumarsi le scarpe” andando sul territorio, mettendo insieme le diverse anime del partito e smussando gli spigoli, cose di cui Giaretta, impegnato in Senato, non può disporre. 

Un ragionamento che, tuttavia, taglia fuori dall’ipotetica corsa tutti i parlamentari veneti, mettendo in luce la prima fascia dei non eletti, meglio se di provenienza Dl. Ovviamente, al di là delle ambizioni, c’è chi giura che Giaretta non lascerà mai il posto ad un ex Ds. La corsa è aperta.

Etichette:

28.9.08

Il PD del Nordest: le attuali difficoltà

La Nuova Venezia, domenica 28 settembre 2008

"Il Pd a Nordest debole e diviso"

Francesco Jori

Come la vecchia Dc, ma senza la sua organizzazione. L’impietoso giudizio di una candidata alle primarie territoriali di ottobre dà conto dell’aria che tira nel Partito Democratico: l’entusiasmo di un anno fa al momento della costituzione, già raffreddato dall’esito del voto di aprile, rischia di venire ibernato dalle vecchie logiche di appartenenza, orfane di una qualsiasi capacità di sintesi. E anche di una leadership riconosciuta, perché tale non è certo oggi quella di Veltroni (se mai lo è stata).

Né ci si può consolare con l’oggettiva debolezza generalizzata del centrosinistra in Europa, crollato dal governo di 13 Paesi su 15 nel 1999 all’attuale disastro, che rischia di travolgere anche la roccaforte britannica, e da cui si salva solo la Spagna di Zapatero. Il caso italiano è più eclatante proprio perché nato con una promessa di innovazione politica di cui si stenta a cogliere le tracce. Sia a Roma, dove il governo-ombra è un’ombra di governo, e il loft un luogo straniero fin dalla parola stessa rispetto alla vita quotidiana. Sia nel territorio, dove gli apparati tendono a mettersi di traverso alle figure radicate nelle realtà locali (vedi il caso Chiamparino).

Il Nordest non va certo in controtendenza, malgrado sia un’area in cui la presenza del Pd è tutt’altro che marginale, specie nei livelli di governo più a contatto con il cittadino. Del migliaio di Comuni che compongono le sue tre regioni, 342 fanno capo ai Democratici, 340 al Popolo delle libertà, 335 alla Lega; e 8 sindaci di capoluogo su 13 sono espressione del Pd, mentre nelle amministrazioni provinciali la situazione è di perfetta parità col centrodestra (6 a 6, escludendo Bolzano dove prevale la componente etnica della Volkspartei). Sono dati significativi, perché indicano che il centrosinistra, pesantemente castigato nel voto politico, è invece competitivo in quello amministrativo: dove si giocherà una partita rilevante già in ottobre, con la Provincia autonoma di Trento, e ancor più a primavera 2009, con 348 Comuni e 5 Province in Veneto, e 140 Comuni e 1 Provincia in Friuli-Venezia Giulia. Per non parlare delle regionali venete del 2010.

I segnali che giungono dal territorio non sono però incoraggianti. In Veneto, l’opposizione del centrosinistra in Regione, vale a dire nel luogo determinante della politica territoriale, continua ad essere evanescente, come da ormai lunga tradizione non certo limitata all’attuale legislatura. Ci sono province, come Treviso, dove le divisioni interne alimentano situazioni paradossali. E il neosindaco di Vicenza Variati, dopo aver espugnato a sorpresa la città, insiste sull’esigenza di rifondare la classe dirigente nazionale partendo dalle radici profonde del territorio, «perché quella attuale è talmente lontana dai cittadini che nemmeno se ne rende conto». Sulla sponda friulana il partito non dà certo segni più incoraggianti; e dopo l’uscita di scena di Riccardo Illy la sua figura più rappresentativa continua ad essere un esterno, il sindaco di Udine Furio Honsell. Il quale contesta profondamente la logica delle correnti e segnala: «Se il dibattito interno diventa incomprensibile porta alla disfatta; è un gioco inutile da smettere in fretta, perché autoreferenziale nel senso peggiore del termine». E perfino nella roccaforte trentina che sta per andare alle urne, la scelta di candidare come capolista del Pd a sostegno di Lorenzo Dellai il sindaco di Trento Alberto Pacher ha esposto il partito ad aspre polemiche interne con la componente ex diessina: col rischio oggettivo di farsi del male da soli. Un vizio atavico della sinistra, quest’ultimo.

E se c’è chi sulla base delle attuali scaramucce coltiva la speranza di una traumatica rottura tra Pdl e Lega, specie in Veneto, si illude alla grande: il patto di ferro terrà a Venezia come a Roma. Non saranno le debolezze altrui a spianare la strada al Pd; potrebbero essere quelle proprie a portarlo al suicidio. O quanto meno a ridurlo allo stato vegetativo della politica. Che a ben vedere, è ancor peggio.

Etichette:

1.7.08

Coordinamento dei parlamentari veneto: ripartire da Vicenza

la Nuova Venezia — 1 luglio 2008
"Calearo: fare strada con la Lega"

VENEZIA. Il centrosinistra batte un colpo. Chissà se l’eco arriverà fino a Venezia, da Schio dove ieri Massimo Calearo ha riunito per la prima volta i parlamentari veneti. Presenti 17 su 23. E due componenti del “governo ombra” su tre: Morando e la Garavaglia. Assente giustificato Martella.
Se l’eco del colpo arrivasse fino a Venezia, si potrebbe far sapere alla Lega che il centrosinistra veneto «è interessato a fare una battaglia seria sul federalismo finora tradito da questo governo, che ha tagliato 8 miliardi alla finanza locale. Una battaglia senza preclusioni alcuna verso i compagni di strada».
Lo dice Paolo Giaretta, segretario regionale del Pd e lo ripete con parole diverse Massimo Calearo, benché entrambi, sulla questione scottante di questo momento nel Veneto tra la Lega e Galan (istituire una commissione d’inchiesta sulle società regionali), dimostrino poco entusiasmo. La qual cosa andrebbe forse spiegata da uno psicologo. Mah. Anzi boh, come dice Maurizio Gasparri.
«Abbiamo organizzato l’incontro a Schio con sindaci e amministratori locali - spiega Calearo, coordinatore dei parlamentari del Pd - perché ci muoviamo con una logica provinciale. Siamo partiti da Vicenza e faremo altrettanto nelle rimanenti province, scegliendo volta per volta centri diversi dai capoluoghi. Vogliamo essere vicini alla gente».
Buono a sapersi. E cosa vi siete detti? «Al centro del primo incontro c’è stata la manovra finanziaria appena presentata dal governo, con le ricadute che avrà nel Veneto. C’è da attendersi una mazzata per gli enti locali, perché la pressione fiscale rimarrà invariata per il resto della legislatura...» Impossibile. L’odiosa pressione fiscale ereditata dal famigerato governo Prodi?! No, no, impossibile. Era la prima cosa che Berlusconi avrebbe tagliato! «Appunto. La riduzione delle tasse non esiste. La pressione fiscale resterà invariata e nessun vantaggio deriverà alle imprese ma soprattutto alle famiglie a basso reddito.
La riunione era divisa in due parti: nella prima abbiamo valutato tra di noi la manovra finanziaria, Enrico Morando ci ha dato il suo punto di vista, lo stesso ha fatto Pier Paolo Baretta. La manovra prevede un taglio di 30 miliardi agli investimenti per il prossimo triennio, che comporterà un taglio alle infrastrutture. L’abolizione dell’Ici ridimensiona e umilia i Comuni, intervenendo in maniera centralista su una materia di loro stretta competenza. La cosa peggiore è che non sono state indicate ancora le risorse con cui coprire questo buco. Se questo è il federalismo che ci prepara il governo, facevamo volentieri senza».
Cosa pensate del movimento dei sindaci che propone il 20% di compartecipazione Irpef, cancellando i trasferimenti? «Noi pensiamo che il movimento dei sindaci sia un fatto importante, da seguire ma non da targare. Vogliamo essere al servizio dei sindaci, non sostituirci a loro».
La Lega ha proposto una commissione d’inchiesta sulle società partecipate dalla Regione Veneto, da affidare al centrosinistra. La vostra idea qual è? «Quello che succede in Veneto è un esempio di quello che un domani succederà in Italia. Ci sarà sicuramente un’implosione tra la Lega e la coalizione in cui si trova. E’ anche vero che i malesseri che si vedono in Regione Veneto hanno un nome e un cognome. C’è qualcuno che pensa di essere il fulcro del sapere, peccato che a casa sua non lo considerino tale. La Lega è un partito molto vicino alla gente, coglie i problemi reali. Non per caso anche a livello nazionale cominciano ad emergere questi mal di pancia finora sopiti».
Renzo Mazzaro

Etichette: ,

29.6.08

Giaretta sul Dpef presentato da Tremonti

la Nuova Venezia — 29 giugno 2008

"TREMONTI FUORI TEMA"

Paolo Giaretta (*)
segretario regionale del Pd Veneto

Il Partito democratico sbaglierebbe se si facesse prendere da una sorta di ansia da prestazione nel cercare affannosamente di dimostrare le inadempienze del nuovo governo. Credo vada usato il buon senso di molti elettori (anche del Pd), che pensano: è appena stato eletto, lasciatelo lavorare.
Invece di dare dei giudizi generali (per quelli c’è ancora tempo) possiamo e dobbiamo però, noi dell’opposizione, dare un giudizio sui fatti che già si sono realizzati. Il Documento di programmazione presentato dal ministro Tremonti e i primi elementi della manovra finanziaria consentono di farci un’idea precisa di ciò che ci attende nei prossimi anni. Il Dpef è molto diverso da quello presentato nel 2001: allora una analisi sbagliata della realtà, molta presunzione, politiche dannose per il Paese che furono alla base del fallimento di quelle ricette; oggi vi è un approccio più responsabile, analisi più condivisibili. Ma dietro un (anche) piacevole stile letterario occorre riconoscere che le cifre del Dpef non nascondono la realtà, e si dimostra ancora una volta che tra il dire e il fare della politica della destra c’è sempre un mare molto grande.
Mi limito a due aspetti - fisco e federalismo - che sono stati da noi al Nord due elementi fondamentali della campagna elettorale. Ci sarà tempo per una critica più complessiva dell’impianto generale, per la mancanza di politiche di sostegno dello sviluppo.
A noi del centrosinistra il mondo imprenditoriale ha sempre contestato l’insostenibile peso fiscale. Bene. Tremonti ci dice chiaro e tondo che quell’insostenibile peso sulle spalle delle imprese resta invariato. Pressione fiscale nel 2008 43%, nel 2011 43,1%. Si vede che per gli imprenditori le tasse messe dal centrodestra sono più simpatiche di quelle messe dal centrosinistra, resta il fatto che l’Ires non diminuisce, il gettito degli studi di settore non si abbassa, il «cuneo fiscale» resta tal quale. Non meglio va per le famiglie. Aliquote invariate, inflazione programmata doppia di quella reale, e cioè una pesante tassa occulta da pagare per i lavoratori dipendenti, cui si aggiunge l’effetto «fiscal drag»: reddito nominale più elevato per effetto dell’inflazione, più tasse pagate, meno reddito reale disponibile. Il tema fisco familiare così agitato in campagna elettorale scompare dall’orizzonte del programma fiscale di Tremonti: i cattolici hanno votato, si ripasserà la prossima volta. Intanto le famiglie, le giovani coppie che vorrebbero mettere su famiglia a fare figli, si arrangino. Gli interventi sull’Ici hanno riguardato solo la fascia più elevata di reddito, quelli sugli straordinari agiscono su una platea troppo limitata.
Federalismo fiscale. Ci sarà un disegno di legge in ottobre. Bene. Se ci sarà, se sarà coraggioso, se saprà dare attuazione a quella forte innovazione costituzionale in senso federalista che il centrosinistra introdusse nella Carta costituzionale con il parere favorevole di tutte le Regioni, non mancherà il nostro consenso, in particolare dei parlamentari veneti del Pd. Il problema è che intanto, in attesa di quel domani, si prendono dal portafogli delle Regioni e dei Comuni l’enorme cifra di 8 miliardi di euro. Quale federalismo si potrà fare, se intanto si impoveriscono in modo così violento le autonomie esistenti? Non siamo contrari ai tagli della spesa pubblica improduttiva. Il problema è che se si pensa di ridurre la spesa utilizzando lo stesso sistema del taglio indifferenziato usato nel 2001-2006, è facile prevedere quello che succederà: si avrà lo stesso fallimento che ci fu allora, con un aumento della spesa pubblica corrente di otre due punti del Pil. Il ministro Tremonti, invece di licenziare la commissione per la Spesa pubblica presieduta dal professor Gilberto Muraro, farebbe molto bene a seguire le proposte avanzate dalla commissione, che consentirebbero, se ben applicate, di veder ridurre radicalmente il costo dei servizi prestati dalla pubblica amministrazione, non compromettendone la qualità. E’ un po’ più difficile, ma val la pena di tentare.
Non dirò qui delle politiche che mancano per lo sviluppo. Faccio solo un esempio: 300 milioni di euro tolti dai fondi per l’innovazione, messi dal governo Prodi per il sistema della piccola e media impresa che vuole competere, per darli alla azienda statale decotta Alitalia. Se l’avessimo fatto noi, mi par già di vedere le pagine di «Libero» e della «Padania», le proteste dei nostri piccoli imprenditori... Per il momento mi limito ai due aspetti della tassazione e della fiscalità locale. Sono dati e sono fatti. Si è detto in campagna elettorale una cosa e se ne è fatta un’altra. L’opinione pubblica può incominciare a giudicare.

Etichette: ,

10.6.08

E' Massimo Calearo il cordinatore dei 23 parlamentari veneti

la Nuova Venezia — 10 giugno 2008
"Calearo coordina i parlamentari Pd"

PADOVA. Massimo Calearo è il coordinatore permanente dei parlamentari veneti del Pd. Obiettivo della nomina, avvenuta con un’elezione plebiscitaria a Roma, è dare efficacia e forza all’opposizione dei 23 parlamentari veneti.
Una scelta di apertura e cambiamento - come spiega Giaretta: «Abbiamo scelto un uomo di economia, che veniva eletto per la prima volta in parlamento come segnale di apertura alla società civile, nella speranza che apra gli occhi a noi vecchi sulle novità della politica».
«Siamo un partito nuovo di nome e di fatto - sostiene l’imprenditore vicentino - che ha deciso di lasciare davvero spazio alle risorse provenienti dalla società civile. Ci incontreremo una volta al mese, in una provincia sempre diversa, per stare a stretto contatto con il territorio, ascoltare gli amministratori e i cittadini».
Una segreteria a Roma coordinerà i lavori dei parlamentari veneti: «Aspettate e vedrete» sfida Calearo. Primo appuntamento lunedì 30 giugno, a Vicenza, ultimo capoluogo espugnato dal Pd in Veneto. «Principale obiettivo è rappresentare il territorio - ha spiegato il senatore Paolo Giaretta, segretario regionale - perché rappresentando gli interessi del Veneto facciamo un servizio a tutto il Paese. La nostra, come abbiamo già mostrato in questi primi mesi, non sarà un’opposizione pregiudiziale, ma innovativa. Vorremmo dire più “sì” che “no”, ma i “no”, quando servirà, ci saranno, pur sempre accompagnati da motivazioni e da proposte alternative».
Tre i temi su cui si concentrerà il lavoro di opposizione: la lotta alla “burocrazia inutile”, con l’avvio di un osservatorio regionale sulla «pressione burocratica», a partire dallo snellimento dei tempi d’attesa per l’approvazione degli strumenti urbanistici; la lotta alla cattiva spesa pubblica e la promozione di leggi che premino il merito e l’equità sociale.
Sebbene «sia ancora presto per dare un giudizio sull’operato del governo» Giaretta, pur applaudendo la nomina di tre ministri veneti, non si sottrae ad una valutazione sui primi provvedimenti dell’esecutivo: «Vediamo avallate scelte che impoveriscono il territorio, andando in senso contrario alla realizzazione del federalismo fiscale, come l’abolizione dell’Ici non accompagnata da una compensazione certa, che sta creando problemi gravissimi ai Comuni veneti - spiega - quel provvedimento taglia 400 milioni di euro di risorse ai Comuni per le politiche sociali e dei trasporti. Sarebbe stato meglio rendere l’Ici deducibile, perché così si otteneva un vantaggio per i cittadini senza intaccare quel po’ di federalismo fiscale che c’è».
E se il governo ombra solleciterà il federalismo con una propria proposta, il Pd a livello locale intende sostenere la rivolta dei sindaci: «Il sistema di trasferimento ai comuni non è più accettabile perché non c’è attinenza con il territorio - prosegue il segretario del Pd - la strada di una maggiore autonomia tracciata dai sindaci è dunque quella giusta, anche se il 20% di Irpef non è sostenibile per i conti pubblici».
Prioritario anche il tema della sicurezza. «Siamo d’accordo su norme che servano ad assicurare la sicurezza ai cittadini, anche perché per nove dodicesimi il decreto Maroni riprende i contenuti del decreto Prodi - conclude il leader del Pd veneto - Ma ci auguriamo che non prevalga la propaganda, mi riferisco al reato di immigrazione clandestina, su cui non sappiamo ancora cosa deciderà il governo. Di certo non si può pensare di ottenere risultati intasando carceri e tribunali. Voglio ricordare però che sicurezza non è solo combattere la microcriminalità, ma anche debellare la grande malavita economica. Impedire le intercettazioni significa lasciarle campo libero, e dunque non fare nessun servizio alla sicurezza dei cittadini».
Infine, quanto al candidato del Pd per la Regione Giaretta commenta: «Se ne parlerà l’anno prossimo, con le primarie».
(s.zan.)

Etichette: